Suicidio in conseguenza di omesso TSO e negligenti dimissioni ospedaliere

In data 5/6/2022, il giovane Rocco (nome di fantasia) (di anni 17 all’epoca dei fatti) veniva ricoverato, con proposta di TSO da parte di altra Casa di Cura che precedentemente lo aveva in cura, presso l’Ospedale di Milano, venendo accolto con diagnosi di “Schizofrenia tipo paranoide cronica”.

Il dato anamnestico fornito dai sanitari della Casa di Cura ove il paziente era stato ricoverato prima di accedere all’Ospedale di Milano, rappresentava con inequivocabile chiarezza la sussistenza di propositi anticonservativi, idee suicidarie e delirio persecutorio.

Nonostante tale allarmante situazione, i medici psichiatri, trascurando i cogenti e concreti segnali di pericolo in essere, dimettevano imprudentemente il giovane Rocco già due giorni dopo il ricovero.

Sprovvisto della tutela dell’ambiente ospedaliero, e non idoneamente sedato a livello farmacologico, il giovane Rocco, all’indomani delle dimissioni, poneva fine alla propria vita lanciandosi dal quarto piano della sua abitazione.

I genitori del giovane Rocco si sono rivolti a IUREMED per accertare le responsabilità mediche della struttura ospedaliera, in particolare la perdita delle possibilità di sopravvivenza per negligenza nella cura, ed ottenere un risarcimento per la scomparsa del loro figlio.

LA PATOLOGIA

La schizofrenia paranoide è un disturbo mentale caratterizzato dalla manifestazione rilevante di deliri ed allucinazioni uditive. In pratica, la persona che ne è affetta perde il contatto con la realtà che la circonda (psicosi) e risulta irragionevolmente sospettosa o diffidente nei confronti degli altri, in un contesto di funzioni cognitive preservate o minimamente ridotte.

I sintomi della schizofrenia paranoide sono spesso associati a disturbi del comportamento, alterazioni dell’affettività, pensieri o discorsi disorganizzati, atteggiamento polemico o di superiorità, manifestazioni di rabbia o violenza. Ciò si traduce in un forte disadattamento e nella difficoltà nello svolgere le attività quotidiane e nell’instaurare rapporti sociali.

Le cause specifiche sono ancora sconosciute, ma pare che lo sviluppo della schizofrenia paranoide sia multifattoriale e dipenda in modo significativo da una componente genetica e da una base biologica. Questo substrato predisponente rende il soggetto vulnerabile a manifestare la malattia, soprattutto quando intervengono eventi stressanti di tipo psicosociale o ambientale.

La schizofrenia paranoide può essere affrontata con trattamenti mirati, che consentano, nel tempo, di gestire nel migliore dei modi i sintomi della malattia.

LE RESPONSABILITÀ E IL RISARCIMENTO

In sede di valutazione medico legale veniva riconosciuto che il comportamento clinico dei medici psichiatri dell’Ospedale di Milano durante il ricovero di due giorni non fu effettuato “leges artis”, e risultava inficiato da elementi di imprudenza ed imperizia che condussero alla nefasta dimissione ospedaliera con conseguente suicidio del giovane Rocco.

Infatti, nel ricovero di alcuni giorni prima erano presenti cogenti e concreti atti anticonservativi e francamente potenzialmente suicidari da parte del giovane (chiamate al 112 riferendo idee suicidarie; più volte nei giorni del ricovero continuò a manifestare idee suicide anche dopo un importante contenimento farmacologico fino al punto che i medici della casa di cura proposero un T.S.O.). Durante il breve ricovero in psichiatria il paziente adattò un tipico comportamento di simulazione psichica al fine di essere dimesso per poter concretizzare le sue idee suicidarie.

Nel caso in questione, con una dimissione ospedaliera di soli 2 giorni dopo una proposta di T.S.O. da parte di altra struttura, non vi fu un approfondimento clinico ottimale per valutare il rischio suicidario né il tempo necessario per impostare un trattamento con psicofarmaci adeguati a un livello accettabile di compenso psichico.

L’evento terminale è stato ritenuto in diretta relazione causale rispetto agli esiti dei non conformi trattamenti sanitari praticati.

In mediazione le parti raggiungevano un accordo conciliativo, con il riconoscimento ai genitori del giovane Rocco della somma omnicomprensiva di Euro 200.000,00, a soddisfazione definitiva di tutti i danni e pregiudizi riscontrati, sia iure proprio che iure hereditatis.

Tardiva diagnosi di ependimoma cervico-dorsale con conseguente tetraplegia

I FATTI E LE CONSEGUENZE

Nel 2014 Mauro (di anni 32 all’epoca dei fatti) accedeva, per il ricorrere di intensa cervico-brachialgia destra, al P.S. dell’Ospedale di (omissis), venendo refertato per cervicalgia e dimesso con prescrizione di farmacoterapia e collare morbido per 7 giorni, in assenza di consulenza neurochirurgica e RMN cervicale. Per l’ulteriore sopravvenienza di parestesie, Mauro si recava nuovamente presso lo stesso nosocomio, venendo dimesso senza l’effettuazione dei dovuti accertamenti.

Ancora, per la comparsa di disfagia per cibi solidi, Mauro riaccedeva in Ospedale, dove non veniva immediatamente sottoposto ad esame RMN encefalo e rachide cervicale, venendo invece inopportunamente avviato a rachicentesi, con immediata sopravvenienza di tetraplegia ed insufficienza respiratoria.

Solo dopo tale acutizzazione del quadro clinico, con colpevole ritardo, i sanitari riscontravano la presenza di ependimoma intramidollare, con necessità di successivo e tardivo gravoso intervento di decompressione cervicale mediante estesa laminectomia.

Mauro riportava esiti massivamente invalidanti, essendo costretto su sedia a rotelle per paraplegia degli arti inferiori, plegia dell’arto superiore destro, paresi del sinistro, ed essendo portatore di catetere vescicale a permanenza. La complessa vicenda clinica stravolgeva l’esistenza e l’equilibrio del giovane, che in pochi mesi passava dal condurre una vita dinamica e piena di stimoli, ad una quotidianità monotona ed alienante.

Perdurando tale situazione, Mauro decedeva nell’aprile 2023 per “insufficienza respiratoria acuta e shock settico conseguenti a tetraplegia da esiti di ependimoma cervico-dorsale trattato chirurgicamente”.

I familiari di Mauro si sono rivolti a IUREMED per accertare le responsabilità mediche della struttura ospedaliera, in particolare la perdita delle possibilità di sopravvivenza per negligenza nella cura, ed ottenere un risarcimento per la scomparsa del loro familiare.

LA PATOLOGIA

La patologia caratterizzante la storia clinica di Mauro è rappresentata da un ependimoma intramidollare bulbo-cervicale Grado I WHO.

Gli ependimomi sono tumori intramidollari che hanno origine dalle cellule ependimali del canale centrale del midollo, e possono ritrovarsi a qualunque livello, con chiara prevalenza la regione dorsale ed il cono midollare; spesso si estendono in altezza per diversi metameri, fino ad occupare gran parte del midollo.

L’ependimoma dal punto di vista clinico si manifesta in differenti modi a seconda della localizzazione di malattia. Un ependimoma che interessa gli emisferi cerebrali si può manifestare con episodi di tipo convulsivo, con cefalea o con segni neurologici focali legati alla sede della malattia. Una lesione del midollo spinale si può manifestare con dolore o con deficit sensitivi e/o motori.

La diagnosi di ependimoma avviene ricorrendo a esami neuroradiologici. Di norma si predilige la risonanza magnetica nucleare, anche se spesso in prima battuta si effettua una tomografia assiale computerizzata (TAC), più facilmente disponibile in sede di pronto soccorso. Con la risonanza magnetica è possibile definire le dimensioni della neoplasia e i rapporti con le strutture circostanti del sistema nervoso centrale.

In caso di ependimoma, la chirurgia, laddove possibile, è la principale terapia. L’intervento di asportazione della massa tumorale risulta però curativo solo nel caso di ependimomi di basso grado (I o II), di dimensioni ridotte e situati in una posizione facile da raggiungere. La rimozione totale della massa tumorale, oltre a evitare il ricorso a un’eventuale e successiva radioterapia, può portare anche alla totale guarigione dal tumore. L’intervento chirurgico non è invece praticabile se il tumore è localizzato in una zona inaccessibile o se si rischia di danneggiare un’area di vitale importanza o di compromettere le funzioni fisiche o cognitive (ragionamento e di memoria) dell’individuo.

LE RESPONSABILITÀ E IL RISARCIMENTO

In sede di CTU veniva riconosciuto che, qualora fosse stata impostata una diagnosi precoce ed un altrettanto immediato trattamento chirurgico, si sarebbe potuto prevenire la successione di eventi che hanno condotto al decesso del giovane Mauro. La condizione di tetra-ipostenia e la conseguente sindrome da allettamento hanno infatti determinato tutta una serie di modificazioni fisiopatologiche, favorendo le gravi complicazioni polmonari e settiche culminate nell’exitus.

L’evento terminale è quindi da porre in relazione causale, diretta ed esclusiva, agli esiti dei non conformi trattamenti sanitari praticati.

In mediazione le parti raggiungevano un accordo conciliativo, con il riconoscimento agli eredi di Mauro della somma di € 602.000,00, a soddisfazione definitiva di tutti i danni e pregiudizi riscontrati, sia iure proprio che iure hereditatis.

Errato trattamento di frattura di spalla con tutore

I fatti

Il sig. Domenico, di anni 54 all’epoca dell’evento, si recava al Pronto Soccorso a causa di una caduta accidentale, riferendo trauma della spalla destra. In tale sede veniva sottoposto a riduzione incruenta con applicazione di tutore di spalla.

A pochi giorni di distanza, un controllo TAC riscontrava frattura pluriframmentaria scomposta del collo e del trochite omerale con lussazione della testa, per cui veniva eseguito un intervento chirurgico di artroprotesi.

Successivamente all’intervento, Domenico intraprendeva intenso programma riabilitativo con scarsissimo recupero funzionale; in ragione di ciò, venivano attuate procedure correttive con mobilizzazione in anestesia e successivo intervento di revisione con applicazione di protesi inversa.

Domenico si rivolgeva a IUREMED per fare luce sulla sua vicenda clinica e individuare le eventuali responsabilità della struttura ospedaliera presso la quale gli erano state prestate le prime cure successivamente alla caduta. 

La frattura del trochite omerale: il contesto

Il trochite omerale è una sorta di escrescenza ossea che si trova nella parte superiore dell’omero, l’osso che insieme alle scapole e alla clavicola forma il complesso della spalla; anatomicamente viene chiamato anche grande tuberosità dell’omero.

La frattura del trochite omerale è una frattura apparentemente poco importante ma, praticamente molto condizionante. Il trochite omerale ha una importanza fondamentale nell’equilibrio muscolare dell’articolazione giacché su di esso si inseriscono i muscoli della cuffia dei rotatori che servono a rendere armonico il movimento dell’articolazione.

Il trattamento più moderno è sempre quello chirurgico con una sintesi con placca che dà stabilità immediata alla frattura e permette una mobilizzazione immediata della articolazione senza bloccarla per 30-40 giorni come avviene nel trattamento incruento. La spalla è una articolazione che si irrigidisce rapidamente, per cui un mese di immobilizzazione rende dolorosa ed inadeguata la riabilitazione.

Le responsabilità mediche

Gli esperti in sede di CTU evidenziavano come le lesioni riscontrate dal Sig. Domenico durate l’accesso al Pronto Soccorso risultavano fortemente instabili e foriere di ulteriore aggravamento, se non sottoposte ad immediata stabilizzazione mediante intervento di osteosintesi e riduzione cruenta della lussazione posteriore.

La scelta dei medici curanti è stata quella di praticare ben due interventi estemporanei di riduzione della lussazione, nonché un terzo tentativo in narcosi con immediata dimissione del paziente, previa immobilizzazione in tutore. E ciò nonostante il referto TAC di controllo, eseguito dopo i predetti tentativi di riduzione, rilevava reperti sostanzialmente “invariati”, con persistenza di lussazione posteriore della articolazione gleno-omerale.

Pertanto, nella dinamica dell’intervento veniva risaltato un comportamento di negligenza e di imperizia da parte degli operatori sanitari, stanti le modalità riferite e descritte negli atti clinici.

Tale comportamento altamente imprudente determinava un considerevole aggravamento del quadro clinico del sig. Domenico, che in occasione di successivo accesso in Pronto Soccorso presentava una completa e non più emendabile pluriframmentazione della frattura, con persistenza della lussazione.

Alla luce di tali considerazioni, gli esperti in sede di CTU quantificavano un danno biologico permanente di natura iatrogena, da imputarsi all’operato dei Sanitari dell’Ospedale di (omissis) nella misura del 10% (dieci per cento), un danno biologico temporaneo in forma totale, di giorni 5 (cinque); un danno biologico temporaneo in forma parziale al 75% di giorni 30 (trenta); un danno biologico temporaneo in forma parziale al 5% di giorni 30 (trenta); ed infine un danno biologico temporaneo in forma parziale al 25% di giorni 30 (trenta).

Mastopessi errata con contestuale mastoplastica additiva

Arianna soffre di ptosi mammaria, o “seno cadente”, e per questo decide di sottoporsi a un intervento chirurgico per migliorare l’aspetto estetico del seno.

Ma qualcosa non va e, nonostante l’operazione, il seno torna cadente, è dolorante, le cicatrici sono evidenti e poco piacevoli alla vista e l’aureola appare dilatata.

Arianna quindi si rivolge a IUREMED per richiedere alla clinica il risarcimento per il danno subito. 

I Fatti

Arianna nel 2019 esegue un’ecografia alle mammelle che evidenziano una componente fibroghiandolare senza però evidenza di lesioni espansive o infiltrative, quindi sostanzialmente positiva. Si sottopone a questa indagine poiché aveva notato un certo dimagramento senza apparente motivo e ptosi mammaria (un rilassamento della pelle del seno, con conseguente caduta verso il basso della massa che lo riempie).

Dopo alcuni mesi, si ricovera presso una clinica bolognese, con diagnosi di ptosi mammaria, per sottoporsi a un intervento di mastoplastica addittiva e mastopessi, una procedura chirurgica che ridona forma e posizione a un seno cadente.

Dal verbale operatorio l’intervento è descritto come: “incisione e allestimento di tasca retroghiandolare, emostasi ed inserimento di protesi, pessi verticale con riposizionamento dei CAC, sutura e medicazione”.

È dimessa con prescrizione di terapia farmacologica, diagnosi di ptosi mammaria e prognosi di 14 giorni.

Durante la visita chirurgica di controllo, il seno però appare ancora ptosico (2-3 grado), le cicatrici sono slargate e l’areola è dilatata. Le protesi rotonde non sono adese alla parete toracica e formano un tutt’uno con la ghiandola.

Arianna inizia a soffrire per il risultato dell’intervento che considera peggiorativo rispetto al pre-operatorio, per questo inizia anche un percorso di psicoterapia per ansia, attacchi di panico e insonnia. Inoltre, ha anche difficoltà a sollevare pesi e accusa dolore al seno.

I medici le consigliano un nuovo intervento di mastopessi e posizionamento di protesi sotto muscolo pettorale per una spesa di € 12.000.

Ptosi mammaria e mastopessi: il contesto

La ptosi mammaria è il graduale spostamento verso il basso della mammella con il capezzolo che, a volte, punta verso il basso. Spesso nella zona compaiono anche delle smagliature. È una condizione comunemente detta “seno cadente” e abbastanza comune tra le donne a prescindere dalla grandezza delle mammelle. Si tratta dunque di un rilassamento della pelle e del cedimento della ghiandola mammaria, con conseguente caduta verso il basso della massa che riempie il seno. I livelli di gravità sono diversi, così come diverse sono le cause: da un forte dimagrimento, all’allattamento o alle variazioni ormonali.

La mastopessi, invece, conosciuta anche come lifting del seno, è un intervento chirurgico volto alla correzione della ptsosi mammaria. In pratica, è un rimodellamento del seno attraverso tecniche specifiche in base al grado di gravità della ptosi.

L’intervento ha un iter piuttosto complesso, una durata media variabile (da una a tre ore) e si effettua in anestesia totale.

Le responsabilità mediche

Dalla valutazione della documentazione medica, insieme ai dati derivanti dalla visita diretta, emergono alcuni aspetti.

Il primo è il risultato dell’operazione non conforme allo stato attuale e determinato da un errore di programmazione dell’intervento stesso. La mastopessi periareolare, associata alla mastoplastica addittiva con protesi sottoghiandolari in un soggetto che ha avuto un forte dimagramento, non è indicata, poiché non idonea per ottenere una correzione adeguata della ptosi mammaria.

L’allargamento delle areole e la loro ovalizzazione, nonché la diastasi delle cicatrici periareolari, sono conseguenze piuttosto frequenti in questo tipo di tecnica, poiché́ tutto il peso della mammella grava su quell’unica cicatrice e su quel filo di sutura.

Nel caso di Arianna, vi era una forte probabilità che ciò si verificasse, anche in considerazione delle caratteristiche dei suoi tessuti. Pertanto, questa tecnica andava preliminarmente discussa con la donna e non era comunque indicata al suo caso.

Le protesi utilizzate sono adeguate alla struttura fisica di Arianna, così come la mastopessi non era del tutto controindicata, ma doveva essere discussa adeguatamente con la paziente anche in merito ai risultati attesi.

Il danno estetico resta comunque evidente, così come il conseguente stato psicologico di Arianna.

Sindrome della cauda equina da ematoma extradurale

Gennaro, nome di fantasia, dopo un trattamento sanitario presso il reparto di Neurochirurgia di un ospedale siciliano, riporta una sindrome da cauda parziale con deficit sensitivo motorio, con paresi di gran parte del piede sinistro. Non riesce quindi a camminare correttamente. 

I parenti dell’uomo si rivolgono a IUREMED per capire se c’è stata negligenza medica dietro questa complicanza post-operatoria.

Cauda equina parziale e deficit radicolare sensitivo-motorio: il contesto

È una sindrome che si verifica quando le radici nervose all’estremità caudale del midollo sono compresse o danneggiate interrompendo le vie motorie e sensoriali degli arti inferiori e della vescica.

È una patologia che deriva più comunemente da un’ernia del disco nella colonna lombare. Altre cause comprendono anomalie neurologiche congenite (come, ad esempio, la spina bifida), infezione del midollo spinale, ascesso epidurale spinale, tumore o trauma del midollo, stenosi spinale, malformazione arterovenosa e complicanze dopo la chirurgia spinale.

Molte di queste condizioni causano gonfiore che contribuisce alla compressione dei nervi, paresi asimmetrica degli arti inferiori e perdita della sensibilità delle radici nervose colpite, così come disfunzioni della vescica, dell’intestino e dei genitali (ritenzione urinaria, aumento della frequenza minzionale, incontinenza urinaria o fecale, disfunzione erettile, perdita del tono rettale e alterazioni dei riflessi bulbocavernoso e anale).

Senza trattamento, la sindrome della cauda equina può causare una paralisi completa degli arti inferiori.

I Fatti

Gennaro si sottopone a intervento chirurgico presso un nosocomio siciliano ma il post-operatorio non va come dovrebbe. Riporta, infatti, una sindrome della cauda equina con deficit radicolare sensitivo-motorio parziale delle radici L4, L5 e S1 prevalente a sinistra, con paresi della flessione dorsale e plantare del piede, delle dita e dell’alluce prevalente a sinistra, accompagnata da emi-anestesia a sella a sinistra.

È un danno ben maggiore rispetto alle condizioni preesistenti dell’uomo e può essere attribuibile al ritardo dei sanitari nel trattamento di un ematoma extradurale formatosi durante l’intervento.

Dopo le dimissioni, infatti, Gennaro mostrava una paraparesi distale prevalente a sinistra associata a disturbi della sensibilità perineale che lo ha reso bisognoso di essere assistito nel passaggio da seduto in piedi e nella deambulazione.

Le responsabilità mediche

Gli esperti della CTU considerano l’ematoma extradurale una complicanza inevitabile e non imputabile ai sanitari. Tuttavia, i medici non hanno seguito le raccomandazioni delle buone pratiche cliniche e non sono intervenuti tempestivamente di fronte al sanguinamento durante intervento chirurgico, causando una compromissione funzionale. Questo ritardo, infatti, ha contribuito al danno, favorendo la progressione del sanguinamento e la compressione delle strutture nervose.

Il danno all’integrità psicofisica di Gennaro è stimato al 40%, ma va tenuto conto delle condizioni preesistenti che già riducevano la validità psicofisica del soggetto del 20%. Pertanto, il danno complessivo è del 20%, causato sia dalla complicanza emorragica post-chirurgica, evento prevedibile ma non evitabile, quindi non dipendente dalla condotta medica del chirurgo, sia dal ritardo di due giorni nel trattamento della lesione emorragica, che ha contribuito all’aggravamento del quadro anatomico, funzionale e clinico.

Gli esperti osservano anche che dal rilevamento dei sintomi, all’intervento sull’ematoma sono trascorse 48 ore, superando quindi l’intervallo di tempo tra insorgenza del disturbo e rimozione della causa entro il quale è possibile un miglioramento sostanziale del deficit neurologico acuto insorto in seguito alla compressione delle radici della cauda equina da parte dell’ematoma extradurale.

Non c’era alcun motivo per ritardare l’intervento chirurgico dopo che la RM lombosacrale aveva evidenziato l’ematoma.

Lavaggio auricolare e perforazione del timpano

Giacinta (nome di fantasia) ha 51 anni e soffre di otiti ricorrenti. Si reca quindi da uno specialista otorinolaringoiatra per detersione dell’orecchio sinistro.

Parte da qui la vicenda clinica della donna che è costretta a sottoporsi a ben 2 interventi chirurgici e a diverse visite e accertamenti per le complicazioni insorte dopo il lavaggio.

Giacinta si rivolge a IUREMED per capire se è stata vittima di una negligenza medica e se c’è stata un’eccessiva pressione del liquido che avrebbe causato il peggioramento uditivo con conseguente lacerazione della membrana timpanica.

Otite cronica colesteatomatosa e timpanoplastica: il contesto

L’otite media cronica (OMC) colesteatomatosa è una patologia infiammatoria in cui il tessuto epidermico (la pelle) si accumula nell’orecchio medio e/o nella mastoide. Si tratta di una condizione benigna ma che presenta la tendenza alla crescita con erosione delle strutture circostanti (catena ossiculare, canale osseo del nervo facciale, coclea e labirinto, meningi).

Secondo la classificazione EAONO/JOS System, il colesteatoma può essere presente fin dalla nascita oppure acquisito. Quest’ultimo è il tipo più frequente e solitamente si forma in caso di disventilazione cronica dell’orecchio medio (malfunzionamento della tuba uditiva di Eustachio) con conseguente retrazione della membrana timpanica; oppure si forma in seguito a perforazioni della membrana timpanica determinate da otiti o traumi. Più raramente è dovuto a precedenti interventi chirurgici a carico dell’orecchio medio/mastoide (colesteatoma iatrogeno).

La timpanoplastica, invece, è un’operazione che si esegue sulla “cassa del timpano” o cavità timpanica, cioè sugli spazi aerei e sulle strutture ossee dell’orecchio medio e della mastoide, sia per trattare la malattia, sia per ricostruirne la funzionalità. È l’intervento indicato quando l’infezione cronica dell’orecchio medio o il colesteatoma, oltre a perforare la membrana timpanica, danneggia la mucosa, distruggendo parzialmente o completamente gli ossicini, cioè, in ordine dal timpano all’orecchio interno (dall’esterno all’interno del cranio), il martello, l’incudine e la staffa.

I Fatti

Nel mese di novembre Giacinta si reca presso uno specialista ORL per detersione del timpano sinistro da detriti ceruminosi. Nel maggio dell’anno seguente, si reca a controllo da un altro specialista, che consiglia controlli periodici anche con audiometria.

Ad aprile dell’anno successivo insorge un’otite media bilaterale senza sintomi. Lo specialista accerta un miglioramento dopo l’assunzione di glicerolo, con residua perdita media dell’udito di 65 dB sulle frequenze principali a sinistra, 45 a destra a causa dell’otite micotica ora risolta. Prescrive un’audiometria vocale in cuffia e proseguimento di una dieta iposodica.

Al controllo dopo 15 giorni, il medico specialista accerta la guarigione dalla micosi a destra, con residua perforazione del timpano a sinistra. I test audiometrici indicano una buona discriminazione bilateralmente all’audiometria vocale con indicazione però di protesi acustica monoaurale sinistra.

I controlli successivi restano più o meno invariati, ma l’anno seguente lo specialista riscontra otomicosi asintomatica a destra e a sinistra con una iniziale evoluzione colesteatomatosa. Si tratta di una forma di otite cronica che si sviluppa con la formazione di una cisti di pelle desquamata che si accumula nell’orecchio medio e nella mastoide, con tendenza espansiva sulle strutture circostanti come l’orecchio medio, il nervo facciale, l’orecchio interno e le meningi. Esegue quindi la detersione e la medicazione, prescrivendo anche una terapia medica locale, TAC di rocche e mastoidi, non uso della protesi per 8 gg e trattiene la donna in osservazione dopo un episodio di vertigini post-detersione.

L’audiogramma intanto accerta una perdita media di 35 dB a destra e 40 a sinistra.

Al nuovo controllo, l’otomicosi a destra non è più evidente ma si riscontra la presenza di perforazione dei quadranti anteriori a sinistra; è prescritta anche una terapia medica topica e controllo a 40 gg.

Si accerta dalla TAC un’otite cronica colesteatomatosa a sinistra e otite cronica semplice a destra; si evidenzia anche la perforazione dei quadranti anteriori.

La storia prosegue con visite, lavaggi e terapia medica ma la situazione non migliora e l’udito peggiora progressivamente.

Dopo anni dal secondo lavaggio, il calvario di Giacinta non si conclude e la donna deve ricoverarsi per sottoporsi a un intervento di timpanoplastica destra per otite media cronica e otite cronica colesteatomatosa sinistra.

Gli specialisti ospedalieri evidenziano un nesso causale tra il lavaggio auricolare effettuato per la micosi anni prima e la perforazione del timpano destro con conseguente ipoacusia permanente.

L’anno seguente Giacinta entra di nuovo in sala operatoria con diagnosi di ipoacusia in otite cronica bilaterale, nonostante terapia chirurgica a destra, per una timpanoplastica stavolta a sinistra.

Le responsabilità mediche

Nonostante la complessità del caso, gli esperti della CTU rilevano una manovra imprudente durante il lavaggio auricolare dell’orecchio destro che, nonostante la procedura standard, ha causato la perforazione del timpano. Anche i sintomi accusati da Giacinta (vomito e vertigini) subito dopo il lavaggio portano in quella direzione.

L’ accordo bonario per il riconoscimento di danno iatrogeno ha previsto un risarcimento per € 25.262,00.

Approvate le Tabelle uniche Nazionali sul macrodanno 10-100 %

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Nella seduta del 16 gennaio 2024, il Consiglio dei ministri ha approvato, tra gli altri provvedimenti, un regolamento volto alla predisposizione di tabelle uniche per tutto il territorio nazionale ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità derivanti dalla circolazione di veicoli a motore e di natanti.

Il regolamento, approvato in esame preliminare e da adottarsi con decreto del Presidente della Repubblica, reca la tabella unica del valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità tra dieci e cento punti, comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso ai sensi dell’articolo 138, comma 1, lettera b), del Codice delle assicurazioni private.

Tabelle uniche, quindi, per tutto il territorio nazionale per liquidare il danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità derivanti da sinistri.

Le tavole – si legge nel comunicato stampa di fine seduta del CdM – contengono i coefficienti moltiplicatori e demoltiplicatori del punto per il calcolo del danno biologico e del danno morale.

Il valore del primo punto di invalidità, pari a 939,78 euro, è destinato ad essere aggiornato annualmente con decreto ministeriale, in misura corrispondente alla variazione dell’indice ISTAT.

Per ogni giorno di inabilità assoluta, inoltre, è liquidato, a titolo di danno biologico temporaneo, un importo di 39,37 euro, aggiornato annualmente.

L’incremento per il danno morale è ricompreso tra il 30 % e il 60 % del danno liquidato a titolo di danno biologico temporaneo.

Il regolamento, approvato in esame preliminare e da adottarsi con decreto del Presidente della Repubblica, reca la tabella unica del valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità tra dieci e cento punti, comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso ai sensi dell’articolo 138, comma 1, lettera b), del Codice delle assicurazioni private.

Tabelle uniche, quindi, per tutto il territorio nazionale per liquidare il danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità derivanti da sinistri.

Le tavole – si legge nel comunicato stampa di fine seduta del CdM – contengono i coefficienti moltiplicatori e demoltiplicatori del punto per il calcolo del danno biologico e del danno morale.

Il valore del primo punto di invalidità, pari a 939,78 euro, è destinato ad essere aggiornato annualmente con decreto ministeriale, in misura corrispondente alla variazione dell’indice ISTAT.

Per ogni giorno di inabilità assoluta, inoltre, è liquidato, a titolo di danno biologico temporaneo, un importo di 39,37 euro, aggiornato annualmente.

L’incremento per il danno morale è ricompreso tra il 30 % e il 60 % del danno liquidato a titolo di danno biologico temporaneo.

Schema di decreto del Presidente della Repubblica – Regolamento recante la tabella unica del valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità tra dieci e cento punti, comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso ai sensi dell’articolo 138, comma 1, lettera b), del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209

ART. 1

(Adozione della tabella unica nazionale)

  1. Ai fini del risarcimento del danno non patrimoniale per lesioni di non lieve entità conseguenti alla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, nonché conseguenti all’attività dell’esercente la professione sanitaria e della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata, sono adottate:

a) le tavole contenenti i coefficienti moltiplicatori e demoltiplicatori del punto per il calcolo del danno biologico e del danno morale, di cui all’allegato I;

b) la tabella unica nazionale del valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità, comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso, ai sensi dell’articolo 138, commi 1, lettera b), e 2, lettere da a) a d), del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 – tabella del danno biologico, di cui all’allegato II, tabella 1;

c) la tabella unica nazionale del valore pecuniario da attribuire a ogni singolo punto di invalidità, comprensivo dei coefficienti di variazione corrispondenti all’età del soggetto leso, incrementato del danno morale nei valori minimo, medio e massimo, ai sensi dell’articolo 138, comma 2, lettera e), del decreto legislativo n. 209 del 2005 – tabella del danno biologico comprensiva del danno morale, di cui all’allegato II, tabella 2.

  1. All’aggiornamento e alla modifica della tavola 1.B., riportata nell’allegato I al presente regolamento, derivanti da aggiornamenti e modifiche alle tavole di mortalità elaborate dall’ISTAT e al tasso di rivalutazione pari all’interesse legale, si provvede con decreto del Ministro delle imprese e del made in Italy, sentito l’IVASS.

ART. 2

(Valore del primo punto di invalidità)

  1. Il valore del primo punto di invalidità è pari a quello previsto dall’articolo 139, commi 1, lettera a), ultimo periodo, e 5, del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209.

ART. 3

(Liquidazione del danno biologico temporaneo)

Il danno biologico temporaneo è liquidato in conformità all’articolo 139, commi 1, lettera b), e 5, del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209.

ART. 4

(Clausola di invarianza finanziaria)

  1. Dall’attuazione delle disposizioni di cui al presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti dal presente decreto con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.

Shock cardiogeno in seguito a sospensione della terapia anticoagulante

Anselmo, 78 anni all’epoca dei fatti, già affetto da diabete e con pacemaker per una pregressa cardiopatia, si reca in Pronto Soccorso perché aveva notato la presenza di feci molto scure, quasi nere.

I medici evidenziano la presenza di anemia e melena (sangue nelle feci). Nonostante le terapie però Anselmo muore per shock cardiogeno dopo un paio di settimane dal ricovero.

I familiari si rivolgono a IUREMED per fare luce sulla vicenda e individuare le eventuali responsabilità.

Shock cardiogeno ed emorragia digestiva: il contesto

Lo shock cardiogeno è una condizione pericolosa per la vita in cui il cuore improvvisamente non riesce più a pompare abbastanza sangue per soddisfare le necessità dell’organismo e, in particolare, di organi come cervello e reni. La causa più comune è l’infarto.

Per emorragia digestiva, invece, si intende genericamente il sanguinamento di un tratto del tubo digerente, che può andare dall’esofago all’ultima parte dell’intestino. La gravità dipende dalla zona del sanguinamento e alla perdita ematica associata. L’entità del sanguinamento, infatti, può diventare un’emergenza clinica.

È un evento che può essere manifesto o occulto. Il caso più comune di sanguinamento occulto si evidenzia con un esame del sangue occulto fecale positivo. La persona non presenta segni e sintomi di sanguinamento in atto, ma l’esame di laboratorio mostra invece la presenza di sangue, non visibile a occhio nudo. Al contrario, le manifestazioni evidenti si associano a vomito o feci in cui sia palese la presenza di sangue (melena).

I Fatti

La guardia medica chiamata da Anselmo lo indirizza al P.S. per la presenza di feci nere e catramose dovuta alla presenza di sangue (in termini medici melena). Durante gli accertamenti, i medici rilevano una grave anemia e acidosi metabolica, una condizione patologica in cui si verifica una diminuzione del pH del sangue che può portare a conseguenze anche serie se non trattata.

Anselmo è quindi ricoverato in Area Sub Intensiva e sottoposto a ricoagulazione con sospensione della terapia anticoagulante, che seguiva per i problemi al cuore, e trasfusione di sangue. Dopo alcuni giorni di ricovero i parametri si stabilizzano e il decorso clinico è regolare (l’anemia si sta riducendo dopo la terapia trasfusionale, TC encefalo, gastro e colonscopia negative per emorragia) ma Anselmo è colpito da arresto cardio-circolatorio e nonostante le manovre di rianimazione perde la vita.

La diagnosi indica “shock cardiogeno in cardiopatia ischemica ed emorragia digestiva con anemizzazione”. Non è disposto però nessun riscontro diagnostico.

Le responsabilità mediche

Ciò che si cerca di accertare sono le cause del decesso avvenuto in modo apparentemente improvviso e inatteso rispetto a quanto indicato dai medici. Ciò che il medico legale evidenzia è l’assenza di un riscontro diagnostico nonostante la mancanza di una causa certa di morte. L’ipotesi è che la prolungata sospensione della terapia anticoagulante abbia potuto giocare un ruolo rilevante nell’evento infausto.

Secondo le Linee guida della Società europea di Cardiologia per questo tipo di pazienti è necessario inquadrare correttamente il rischio potenziale nella sospensione della terapia antiaggregante. Dall’esame della documentazione, Anselmo, al momento del ricovero, presentava un rischio trombosi ed emorragico piuttosto elevato e, alla luce dei dati dell’anamnesi, risulta corretta la scelta dei sanitari di procedere con la sospensione della terapia antiaggregante e alla trasfusione di sangue in attesa di scoprire la fonte del sanguinamento interno.

Ciò che si evidenzia però è la mancanza del riscontro diagnostico per definire le cause esatte della morte e il prolungamento della sospensione terapia antiaggregante, che può aver inciso sull’evento coronarico acuto aggravandolo. 

Dalla revisione della documentazione medica, quindi, si evince in sintesi la seguente criticità in merito alla gestione clinica di Anselmo: la sospensione della terapia anticoagulante ed antiaggregante a scopo preventivo in considerazione delle condizioni di salute di Anselmo.

Il decesso per improvviso shock cardiogeno, suggerisce un evento vascolare occlusivo acuto e certamente non si può escludere che su questo abbia svolto un ruolo purtroppo importante l’ingiustificata sospensione prolungata delle cure antiaggreganti e anticoagulanti, nonostante l’esito negativo degli esami diagnostici per l’individuazione dell’emorragia.

Si evidenzia quindi un nesso di causa fra la sospensione della terapia e il decesso.

Lussazione di protesi d’anca con infezione periprotesica

Aurora, 76 anni, è ricoverata presso un ospedale lombardo per “coxalgia destra in quadro di coxartrosi”. Si è, quindi, dovuta sottoporre a un intervento di protesi totale dell’anca destra. Il posto operatorio, tuttavia, non si è rivelato semplice e la donna non riesce più a camminare senza l’ausilio di una stampella.

Si è rivolta a IUREMED per capire come sono andate le cose e richiedere il risarcimento del danno clinico subito.

Coxartrosi e protesi d’anca: il contesto

L’artrosi dell’anca (coxartrosi) è una patologia degenerativa e invalidante che può causare delle lesioni progressive a livello della cartilagine articolare. Una volta privi di cartilagine, i capi articolari sono soggetti a uno sfregamento che compromette la funzionalità dell’articolazione colpita e causa dolore.

Sono diverse le terapie possibili, da valutare a seconda dello stadio di avanzamento della patologia.

Essendo la più grande e complessa del nostro scheletro, l’articolazione dell’anca ricopre un ruolo fondamentale per la mobilità, la stabilità e l’equilibrio del corpo.

L’intervento di artroprotesi d’anca non è altro che la sostituzione dell’osso e della cartilagine danneggiati con una protesi, che simulerà il loro meccanismo di azione nel modo più fedele possibile. La procedura consiste nell’asportazione chirurgica della cavità acetabolare del bacino e della parte prossimale del femore (testa e collo), sostituite con elementi artificiali realizzati in leghe metalliche, materiali plastici e/o ceramiche.

I Fatti

Aurora entra in ospedale con una diagnosi di severa coxartrosi destra per sottoporsi a un’operazione di protesi totale d’anca. Tutto sembra andare bene, ma dopo qualche settimana dalle dimissioni la donna è colpita da un dolore improvviso all’anca destra mentre era seduta a tavola. Si reca subito in Pronto Soccorso, dove i clinici rilevano una lussazione (ovvero, all’interno di un’articolazione, i capi articolari si spostano dalla loro posizione fisiologica) dell’anca destra, quella operata. È quindi sottoposta a riduzione in sedazione.

Alla TAC di controllo si evidenzia anche un gap tra coppa acetabolare e cavità acetabolare residua di 4-5 mm, cioè tra la coppa della protesi e il bacino. È di nuovo ricoverata e sottoposta a una revisione protesica e all’impianto di nuova protesi totale.

Dopo il periodo di riabilitazione, si presenta un nuovo episodio di lussazione trattato con riduzione incruenta.

Il mese successivo, Aurora si reca nuovamente in PS per lussazione dovuta a una caduta in casa. È dunque sottoposta all’ennesimo intervento per revisione della protesi d’anca destra con cotile cementato.

A distanza di circa sei mesi e dopo tre operazioni, la donna è nuovamente ricoverata per infezione periprotesica (con tamponi positivi per Stafilococco Haemolyticus). La coscia destra si presenta ancora tumefatta. Inoltre, non riesce più a camminare bene e ha bisogno di un bastone.

La relazione medico-legale evidenzia un grave deficit deambulatorio con necessità di appoggio in stampella, una cicatrice chirurgica di circa 25 cm, una tumefazione della coscia di consistenza dura e difficoltà nella flessione della gamba, nonché un apprezzabile indebolimento del muscolo quadricipite.

Le responsabilità mediche

I tecnici della CTU, esaminando la documentazione clinica di Aurora, evidenziano due aspetti cruciali e di interesse medico-legale:

1. Diversi episodi di lussazione, in cui il primo si è verificato in assenza di uno stress articolare (avvenuto infatti mentre la donna era seduta a tavola).

2. Infezione periprotesica.

Le infezioni correlate all’assistenza sono quelle che insorgono durante un ricovero ospedaliero, che si rendono evidenti dopo 48 ore o più dalla degenza.

Comprendono anche le infezioni successive alle dimissioni o a un trattamento invasivo. Rappresentano uno dei problemi più rilevanti della medicina moderna, sia per la loro frequenza, sia per le caratteristiche del fenomeno, poiché, seppur entro certi limiti, si possono prevenire adottando scrupolose misure precauzionali, ma non sono eliminabili del tutto, costituendo, quindi, un rischio indissolubilmente connesso all’attività sanitaria.

I diversi episodi di lussazione e l’infezione periprotesica hanno quindi causato ad Aurora un periodo di temporanea invalidità in termini sia di ricoveri ospedalieri che di prolungamento del periodo di convalescenza e riabilitativo.

Aurora giunge a una risoluzione bonaria della controversia accettando dalla ASST la somma di 60.000 euro.