Intrappolamento del catetere nel corso di ablazione cardiaca

Davide, 57enne all’epoca dei fatti, è un operaio specializzato e soffre di fibrillazione atriale, per questo prende regolarmente dei farmaci. Ma ormai la terapia farmacologica non basta più e dopo due tentativi di migliorare la malattia tramite un approccio terapeutico chiamato cardioversione (serve a ripristinare il normale battito cardiaco), i medici gli consigliano di sottoporsi a un intervento di ablazione transcatetere o ablazione cardiaca. Si tratta di una procedura mininvasiva, impiegata appunto per correggere i disturbi del ritmo del cuore. Ma l’operazione non riesce correttamente, perché il catetere inserito si “incastra” vicino alla valvola mitralica. Dopo diversi tentativi di rimuovere la sonda, i clinici decidono di sottoporre Davide, sempre lo stesso giorno, a un intervento cardiochirurgico più invasivo e rischioso.

Oggi Davide riporta sintomi piuttosto invalidanti come debolezza, affaticamento, dolore toracico e alterazione del tono dell’umore per quanto vissuto in ospedale. Si è quindi rivolto a IUREMED per richiedere e ottenere un giusto risarcimento per il danno subito.

Fibrillazione atriale e ablazione transcatetere o ablazione cardiaca: il contesto

La fibrillazione atriale è una malattia del cuore che determina un’alterazione del ritmo cardiaco.

La frequenza del battito, quando si è a riposo, è regolare e solitamente compresa fra le 60 e le 100 pulsazioni al minuto. In caso di fibrillazione atriale, invece, è irregolare e può superare le 100 pulsazioni al minuto. Ciò può causare alcuni disturbi come vertigini, difficoltà a respirare e affaticamento.

Il sintomo con cui si manifesta sono le palpitazioni, cioè la sensazione che il cuore batta con forza, sfarfalli o pulsi in maniera irregolare per qualche secondo o per alcuni minuti.

L’ablazione transcatetere o ablazione cardiaca è una procedura mininvasiva, utilizzata per correggere i disturbi del ritmo cardiaco (aritmie) che non rispondono più alla terapia farmacologica. Si esegue mediante l’utilizzo di un catetere inserito all’interno della cavità del cuore dotato di elettrodi, per individuare la zona dell’anomalia, e di un ablatore, per eliminare il tessuto cardiaco responsabile dell’aritmia. L’ablazione può essere laser, a radiofrequenza o a bassa temperatura e agisce cicatrizzando o distruggendo una piccola area del tessuto cardiaco per ripristinare la regolarità del ritmo, senza danneggiare i tessuti sani.

La sonda (collegata a un’apposita apparecchiatura) è introdotta attraverso un vaso sanguigno periferico (generalmente dall’inguine o dal braccio) per poi essere guidata fino al raggiungimento di aree specifiche all’interno del muscolo cardiaco.

I Fatti

Nell’ottobre del 2013 Davide è ricoverato presso una struttura sanitaria di Cagliari, dopo essersi sottoposto a tutti gli esami clinici necessari per affrontare l’operazione di ablazione cardiaca. Durante i movimenti per il posizionamento del catetere, si verifica però un ingresso accidentale nel ventricolo sinistro e una difficoltà nel corretto posizionamento. Sono subito contattati i cardiochirurghi di un ospedale di Cagliari, dove Davide è trasferito per “entrapping catetere ablazione”, ovvero un intrappolamento dell’elettrocatetere che non riesce più a spostarsi, in pratica è bloccato. Si evidenzia anche che il catetere si presenta deformato e assottigliato all’estremità e saldamente incastrato nei pressi della valvola mitralica. Dopo aver eseguito, senza buon esito, una serie di manovre per liberarlo, i medici decidono per la rimozione chirurgica della sonda. Le condizioni di Davide sono stabili, anche se è intubato, ma l’operazione non è priva di rischi. Dopo aver informato i parenti, Davide entra nuovamente in sala operatoria. Il catetere è rimosso ma con danno irreparabile alla valvola mitralica. Pertanto, si procede con l’inserimento di una protesi meccanica.

Il giorno seguente l’uomo è sveglio e collaborativo, secondo quanto riportato dalla cartella clinica, e l’operazione di inserimento della protesi sembra perfettamente riuscita, anche se la fibrillazione atriale non è risolta.

Davide è dimesso verso la fine di ottobre, con le indicazioni sulla terapia farmacologica da seguire, ma le sue condizioni di salute non sono ottimali: non si sente bene, si stanca facilmente e presenta dispnea, cioè fa fatica a respirare.

Le responsabilità mediche

La fibrillazione atriale è la più comune forma di aritmia ed è associata a un aumento della mortalità. Nonostante anni di ricerca, i meccanismi di questa malattia non sono ancora completamente noti e i farmaci hanno un’efficacia limitata. In tale ambito, l’ablazione transcatetere (ATC) è un trattamento che ha visto un rapido e notevole sviluppo negli ultimi anni, divenendo una vera e propria alternativa terapeutica per la cura di questo disturbo, anche se non priva di complicanze.

Nel caso di Davide, secondo quanto stabilito dalla CTU medico-legale, si è verificata una manovra a dir poco imprudente da parte del chirurgo che ha determinato l’intrappolamento del catetere, con conseguente danno irreversibile alla valvola mitralica e necessità di impiantare una protesi valvolare meccanica.

È un tipo di procedura per la quale gli studi scientifici non riportano come possibile complicanza l’intrappolamento del catetere. Non è, infatti, un’evenienza indicata nel modulo informativo per i pazienti.

Dopo l’operazione, Davide riporta condizioni invalidanti come astenia, affaticamento cronico, dolore toracico e alterazione del tono dell’umore per quanto vissuto in ospedale, nonché una cicatrice allo sterno di 19 cm per l’operazione cardiochirurgica e una protesi meccanica per lesione valvolare mitralica. 

La vicenda si conclude con una transazione bonaria e un riconoscimento dei danni subiti nella misura di 40.000 euro.

Ernia addominale come conseguenza di errato intervento alla prostata

Questa volta raccontiamo la vicenda di Gianfranco, 77 anni all’epoca dei fatti, ricoverato presso un ospedale di Bologna, i primi di aprile del 2019, per sottoporsi a un intervento di prostatectomia endouretrale mediante laser HoLEP, poiché affetto da ipertrofia prostatica benigna.

L’intervento però non procede correttamente e causa una serie di complicazioni e un peggioramento dei sintomi. Gianfranco quindi si rivolge a IUREMED per un equo risarcimento dei danni subiti. La questione si risolverà in via bonaria con un accordo tra le parti.

Ipertrofia prostatica benigna e prostatectomia endouretrale: il contesto

Con ipertrofia o iperplasia prostatica benigna (IPB) si intende un aumento di volume della prostata. Contribuisce all’ingrossamento della ghiandola sia l’aumento delle dimensioni del tessuto prostatico (ipertrofia), sia degli elementi cellulari che lo compongono (iperplasia).

I sintomi sono la conseguenza diretta dell’ingrossamento della prostata, cioè la compressione dell’uretra (il canale in cui passa l’urina) che rende difficile e dolorosa  la minzione.

Piuttosto comune dopo i 50 anni, le cause sono ancora sconosciute, ma si ipotizzano modifiche a livello ormonale dovute all’avanzamento dell’età. In caso di sintomi severi, la cura può prevedere l’assunzione di farmaci o il ricorso alla chirurgia.

L’impatto sociale ed economico, ma anche sulla qualità di vita, delle patologie prostatiche è rilevante. Negli ultimi anni, infatti, c’è stato un notevole incremento del numero di prestazioni sanitarie relative ai disturbi della prostata, secondi in termini di incidenza soltanto all’ipertensione.

Secondo l’American Urological Association, la prevalenza dell’ipertrofia prostatica benigna negli uomini tra i 55 e 74 anni è del 19% .

Per prostactemia endouretrale, invece, si intende l’asportazione chirurgica (per via uretrale) della prostata e la successiva anastomosi  (collegamento chirurgico) tra uretra e vescica.

Con l’intervento è rimossa la parte ostruente della prostata (adenoma) per migliorare i sintomi e il flusso dell’urina.

La tecnica chirurgica più utilizzata è la resezione transuretrale della prostata (Transurethral Resection of the Prostate, TURP). Si esegue con l’inserimento di un endoscopio (strumento a fibre ottiche) attraverso l’uretra. Un elettrobisturi collegato all’endoscopio permette di asportare (parte o tutta) la ghiandola prostatica.

I Fatti

Gianfranco entra in sala operatoria per essere operato alla prostata, nello specifico per resezione transuretrale di adenoma prostatico con laser ad Holmio (HoLEP). Durante l’operazione, tuttavia, si verifica una piccola infrazione della loggia prostatica, cioè della cavità anatomica che contiene la prostata. Dopo l’operazione e, nel corso della giornata, le sue condizioni cliniche peggiorano, tanto da rendere necessaria, lo stesso giorno, una nuova operazione per progressiva distensione dell’addome. Si esegue una mini-laparotomia transperitoneale e l’aspirazione del liquido accumulato nell’addome. Si posiziona un drenaggio e si rileva un discreto rilassamento della parete addominale. È poi trasferito nel reparto di terapia intensiva, dove resta per un paio di giorni.

Dopo circa una settimana dall’intervento Gianfranco è dimesso anche se in condizioni di salute non ottimali.

A fine maggio si reca al Pronto Soccorso per ritenzione urinaria acuta, disuria (dolore durante la minzione) e stranguria (minzione lenta e dolorosa). Gli viene applicato un catetere vescicale che porta buoni risultati.

Nel giugno dello stesso anno, la situazione peggiora con incontinenza, unita a sforzo e dolore alla minzione, la necessità di usare dei pannoloni e l’impossibilità ad avere un’erezione. Si evidenzia anche un laparocele (un’ernia) postoperatorio nella regione addominale, sede del posizionamento del drenaggio. Nessun beneficio dal trattamento farmacologico.

Le responsabilità mediche

Come indicato nel verbale post-operatorio, durante l’intervento si è verificata una lesione della capsula prostatica che però non è stata riparata e che ha comportato una seconda operazione. Fin dalle dimissioni poi il quadro clinico non era confortante: incontinenza urinaria, deficit erettivo e laparocele postoperatorio di 3×3 cm. Si tratta di un’ernia o protrusione dei visceri dell’addome per un difetto della parete addominale conseguente a un intervento chirurgico.

La CTU evidenza che, nonostante la scelta di operare un’ipertrofia prostatica benigna sia condivisibile anche dalle linee guida della Società Italiana di Urologia, la mancata esecuzione di una biopsia ha rappresentato un grosso limite. Una biopsia prostatica è, infatti, l’unico esame che consente di distinguere una patologia benigna da una maligna o neoplastica. I medici in questo senso sono stati un po’ imprudenti nel proporre direttamente l’enucleazione prostatica, cioè l’asportazione di un adenoma della prostata (ossia una porzione della ghiandola ingrossata che ostruisce l’uretra e ostacola la minzione).

Tra le possibili complicanze di un tale intervento ci sono incontinenza urinaria e/o disfunzione erettile, sintomi temporanei che solitamente si risolvono in alcune settimane. Tuttavia, l’incontinenza urinaria era già presente prima dell’operazione e la disfunzione erettile non è supportata da documentazione medica. Pertanto la CTU segnala che non vi sono prove che si tratti di eventi imputabili direttamente all’operazione.

Il discorso però cambia per la presenza dell’ernia (laparocele) nella regione ombelicale, in corrispondenza della cicatrice chirurgica per inserire il drenaggio. Non c’è stata quindi una corretta e accurata esecuzione tecnica della sutura degli strati della parete addominale, attribuibile all’operato del chirurgo.

La vertenza con il nosocomio bolognese si chiude in via bonaria con il riconoscimento del danno iatrogeno (dovuto cioè a imperizia medica) pari a euro 38.166,00.

Spondiloartrosi e Failed Back Surgery Syndrome

La storia di Dario, 67enne all’epoca dei fatti, racconta un altro episodio di negligenza sanitaria, questa volta accaduta a Torino. Nel settembre del 2015, l’uomo è ricoverato per spondiloartrosi, per essere sottoposto il giorno seguente a un intervento chirurgico di stabilizzazione lombare. L’operazione, tuttavia, non solo non è risolutiva, ma peggiora il quadro clinico, determinando una grave radicolopatia e aggravamento del dolore.

Sottoposto l’anno successivo a un intervento revisionale, a causa delle cure inadeguate e all’imperizia del personale sanitario, la situazione di Dario è notevolmente peggiorata, con disturbi neurologici, dolori invalidanti e difficoltà a camminare.

Si rivolge quindi a IUREMED per richiedere il risarcimento dei danni fisici, patrimoniali, morali ed esistenziali.

Spondiloartrosi: il contesto

La spondiloartrosi è una condizione clinica caratterizzata da un processo degenerativo a livello delle vertebre, chiamato artrosi. Quest’ultima è contraddistinta dalla progressiva distruzione e dalla potenziale perdita della cartilagine articolare, associata ad altre alterazioni, tra cui l’ipertrofia ossea (formazione di osteofiti, cioè escrescenze ossee).

Il sintomo più importante della spondiloartrosi è il dolore, che può essere continuo o intermittente ed è spesso associato a rigidità. A volte, si accompagna anche a una limitazione funzionale, con riduzione nell’ampiezza di alcuni movimenti.

Tra le zone in cui le alterazioni artrosiche, e quindi la presenza di spondiloartrosi, sono più diffuse, c’è quella lombare, dove l’aumento dell’età, dei sovraccarichi ripetuti nell’arco della vita e la presenza di traumi e patologie precedenti, possono essere tra i fattori di rischio nell’insorgenza di questo quadro clinico.

La stabilizzazione vertebrale con viti e placche è un intervento chirurgico che punta a ottenere la stabilizzazione della colonna ed eventualmente a risolvere la compressione delle strutture nervose, se presente. L’obiettivo è quindi ristabilire il giusto allineamento delle vertebre interessate.

La radicolopatia, invece, è causata da un sovraccarico di pressione su una radice nervosa o nella zona adiacente della colonna vertebrale, oppure da un’infiammazione di una radice nervosa spinale all’uscita dal forame vertebrale. Comporta sintomi come: dolore, intorpidimento, formicolio alle braccia o alle gambe, dolore localizzato al collo o alla schiena.

I Fatti

Dario è un ex muratore oggi in pensione.  Soffre di mal di schiena da molto tempo e decide di sottoporsi a RM. L’esito dell’indagine diagnostica è spondiloartrosi con degenerazione discale. A fine settembre 2015 si sottopone quindi a un intervento chirurgico di stabilizzazione lombare, mediante posizionamento di placche e viti, presso un ospedale torinese. Al momento delle dimissioni, la ferita è in ordine e il dolore sembra attenuarsi. La prescrizione medica indica fisioterapia, farmaci e controllo successivo.

Il dolore però non passa, anzi peggiora, e Dario decide di sottoporsi a una TC lombo-sacrale che evidenzia una serie di problematiche a carico della colonna, tra cui un’ernia e diverse protrusioni. A giugno 2016 si sottopone a Elettromiografia degli arti inferiori (un esame che indaga l’attività elettrica dei muscoli) che evidenzia una sofferenza neurogena cronica. Si tratta di una neuropatia che colpisce il sistema nervoso periferico, cioè tutti quei nervi che collegano qualsiasi parte del corpo al midollo spinale e al cervello.

Nell’agosto del 2016 Dario è nuovamente ricoverato presso lo stesso nosocomio con diagnosi di stenosi del canale vertebrale lombare. È allora sottoposto a un’operazione di revisione della stabilizzazione lombare, in cui le viti precedentemente inserite sono sostituite con viti di diametro e lunghezza maggiori. È dimesso con la solita prescrizione di terapia farmacologia, fisioterapia e controlli medici successivi.

A settembre, alla visita di controllo, Dario riferisce che non è mai stato bene, che il dolore non è diminuito. Anzi, sono comparsi disestesie alle cosce (disturbo nella percezione degli stimoli sensitivi che sono avvertiti in modo anomalo; uno stimolo tattile può suscitare per esempio una sensazione dolorosa), forte dolore lombare e difficoltà a camminare.

Inizia a sottoporsi fino al 2019 a una serie di visite e controlli, ma il suo stato di salute non migliora.

Le responsabilità mediche

Dalla relazione medico-legale emerge che il caso di Dario si configura come una sindrome da fallimento chirurgico (FBSS, Failed Back Surgery Syndrome). Dalla documentazione clinica, infatti, si evidenzia che le condizioni di salute dell’uomo si sono aggravate dopo i due interventi chirurgici, con la comparsa di una grave radicolopatia bilaterale, una patologia a carico del sistema nervoso periferico.

Secondo gli studi, gli interventi chirurgici di stabilizzazione lombare falliscono nella misura del 30-46% e oltre il 70% dopo la seconda operazione. La FBSS inoltre comporta problemi di equilibrio a livello anatomico, poiché ogni intervento sulle vertebre si configura per l’organismo come una “aggressione” del sistema nervoso, determinando un cambiamento del tessuto neurale.

Sempre secondo le ricerche, le compressioni dei nervi durante l’operazione, o le manovre vicine alle radici dorsali, sono potenziali fattori di rischio per lo sviluppo di dolore neuropatico cronico. Quest’ultimo quindi può essere determinato da un danno delle strutture nervose durante l’operazione o da un danno indiretto per eccessiva compressione chirurgica.

La FBSS è dunque una complicanza prevedibile ma non sempre evitabile ed è favorita anche da un eccessivo sanguinamento chirurgico (cosa che è accaduta a Dario durante la prima operazione) e da un’eccessiva manipolazione chirurgica dei tessuti.

Un altro aspetto rilevante in questa vicenda è che non è presente nella cartella clinica la descrizione del primo intervento, una grave responsabilità professionale.

Il quadro clinico di Dario quindi è ormai piuttosto compromesso e dovrà sottoporsi a un terzo intervento.

Nel 2022 si arriva a un accordo con l’ASL torinese e a Dario è riconosciuto un risarcimento di euro 60.000.

Osteomielite all’omero destro dopo sintesi di frattura

Oggi ripercorriamo la storia di Emanuele (nome di fantasia) appena quattordicenne all’epoca dei fatti.

Emanuele si reca in Pronto soccorso presso un ospedale di Lucca per una frattura dell’omero destro, causata da un trauma accidentale. È subito operato, ma il post-operatorio si rivela molto complesso e aggravato da un’infezione ospedaliera da stafilococco. Tale complicanza comporterà un danno anche di natura estetica, dovuto a una non corretta cicatrizzazione della ferita. I famigliari si rivolgono a IUREMED per capire cosa è successo in un intervento che non presentava particolari criticità e per ottenere un giusto risarcimento.

Osteomielite: il contesto

L’osteomielite rientra tra le infezioni ossee causate da agenti patogeni. Richiedono una diagnosi rapida e un trattamento adeguato a evitare la cronicizzazione e danni invalidanti.

Questo tipo di infezione può interessare qualsiasi segmento osseo, anche se sono più frequenti nelle ossa lunghe (femore, tibia, omero o calcagno). Si può poi localizzare solo nell’osso e in questo caso si parla di osteite, oppure, come accade generalmente, può estendersi ai tessuti circostanti.

L’osteomielite è dunque un’infezione batterica dell’osso e della cavità midollare. Si distingue in Osteomielite Acuta (OMA) se la durata della malattia è inferiore a 2 settimane e Osteomielite Cronica (OMC) se si protrae per più di 3 mesi.

I Fatti

Nel marzo 2017 Emanuele entra in Pronto Soccorso presso un ospedale di Lucca per trauma accidentale alla spalla destra causato da una caduta in casa. Alla visita medica lamenta dolore alla spalla ma con mobilità delle dita conservata. Le condizioni generali sono buone e la visita cardiotoracica e addominale è negativa.  È quindi sottoposto a RX che rileva una frattura del collo omerale destro. Si dispone la consulenza ortopedica con applicazione di un tutore.

Lo stesso giorno quindi Emanuele è ricoverato presso il reparto di ortopedia con il referto di frattura scomposta dell’omero destro. Il giorno seguente, entra in sala operatoria per un intervento di riduzione della frattura e osteosintesi.

La frattura è quindi ridotta e stabilizzata con fili percutanei. Dopo la medicazione, gli viene applicato un tutore ed è prescritta la profilassi antibiotica.

Il giorno seguente il ragazzo ha un po’ di febbre ed è richiesta una visita ortopedica per un sanguinamento sotto la fasciatura. Portato in ambulatorio per la medicazione e il riposizionamento del tutore, Emanuele è quindi dimesso senza febbre il giorno seguente. Il dolore è tollerabile ma deve seguire una terapia medica a casa ed eseguire controlli ortopedici prestabiliti.

Dopo una settimana dal controllo con esito positivo, Emanuele però torna in P.S. perché la ferita presenta una perdita di pus. Tolto il bendaggio, sporco e maleodorante, si evidenzia deiscenza, cioè una non corretta chiusura dei lembi della ferita o dei margini di una sutura. Il giovane è medicato e nuovamente ricoverato per essere sottoposto a RX dell’omero e agli esami di laboratorio previsti. Due giorni dopo, è nuovamente dimesso con la prescrizione di nuovi controlli e medicazioni.

Al controllo di maggio, la pelle presenta una certa sofferenza nella zona dell’operazione, in particolare cheloidi (lesioni cutanee che indicano un non corretto processo di guarigione della ferita); tuttavia riesce a muovere il braccio senza problemi. I medici consigliano di non fare movimenti forzati e di tornare per la medicazione dopo circa 10 giorni.

Alle visite successive continua però la perdita di pus. Sottoposto a tampone, la ferita risulta positiva per Staphylococcus Aureus; pertanto, è prescritta una cura antibiotica mirata.

A giugno Emanuele si reca insieme ai genitori presso un altro ospedale per essere visitato, poiché la ferita non migliora, così come l’infezione, nonostante la terapia e l’assenza di dolore o di alterazioni della funzionalità del braccio. Sottoposto a RM si evidenzia un quadro non proprio ottimale, con un referto che riporta la presenza di un processo ostemiolitico cronico (infezione ossea) e il perdurare dell’infezione da stafilococco. A luglio sono prelevati campioni delle lesioni cutanee per l’esame istologico e si esegue la rimozione del tessuto necrotico e una fistolectomia (trattamento chirurgico della fistola) fino alla lesione ossea, seguiti da lavaggi e drenaggi.

Al controllo di agosto l’infezione è ancora in atto e la cicatrice si presenta arrossata e con formazione di cheloide. Le condizioni di salute del giovane comunque sono buone e non c’è dolore alla spalla. Continuano i controlli e l’RX ma nel frattempo sono escluse le attività sportive o ludiche.

A dicembre Emanuele può iniziare con cautela ogni attività e comunque deve sottoporsi a controlli periodici.

Le responsabilità mediche

Quello di Emanuele è l’ennesimo caso di infezione ospedaliera, cioè insorta dopo un ricovero. Sono eventi che rappresentano uno dei problemi più rilevanti per la medicina moderna, sia per la frequenza, sia per le caratteristiche, poiché spesso si tratta di infezioni che non si eliminano in via definitiva. Sono quindi un rischio legato a doppio filo con l’assistenza sanitaria.

La relazione medico-legale riconosce la responsabilità del nosocomio lucchese nello sviluppo dell’infezione, fermo restando l’esibizione di prove da parte dell’ente sanitario sull’applicazione rigorosa dei protocolli delle misure di sicurezza.

La Cassazione ha specificato che con la parola “complicanza” in medicina si intende

solitamente “un evento dannoso, insorto nel corso dell’iter terapeutico, che pur essendo astrattamente prevedibile, non sarebbe evitabile”. Tale concetto è però del tutto inutile in campo giuridico.

Quando, infatti, nel corso di un intervento o dopo la sua conclusione, accada un peggioramento delle condizioni di salute del paziente, delle due l’una: o il peggioramento era prevedibile ed evitabile, e in tal caso la responsabilità è del medico curante, o era prevedibile e non evitabile. In tal caso la complicanza non sarebbe imputabile al personale sanitario.

Detto questo, in caso di infezione, se il medico non può dimostrare di aver tenuto una condotta rigidamente conforme ai protocolli, la complicanza e il danno al paziente gli viene attribuita. In questo caso, infatti, è stata riconosciuta la responsabilità medica che ha comportato per il giovane Emanuele un’osteomielite all’omero destro, la necessità di un’ulteriore operazione, una cicatrice esteticamente malfatta e infiniti esami e visite di controllo.

La famiglia di Emanuele e l’ASL responsabile del danno riescono, infine, a trovare un accordo per un risarcimento nella misura di euro 43.000.

Morte per endocardite batterica a seguito di impianto di ICD

Nel settembre 2013 Vittorio (nome di fantasia), 74 anni, affetto da cardiopatia dilatativa e già operato per valvuloplastica aortica, si reca al Pronto Soccorso di un ospedale di Salerno ed è ricoverato con una diagnosi di deficit funzionale del ventricolo sinistro. È sottoposto d’urgenza a un intervento chirurgico per impianto di defibrillazione ventricolare. L’operazione non riesce correttamente per un errato posizionamento del dispositivo e quindi Vittorio torna in sala operatoria per una nuova operazione. Il post-operatorio lo vede tornare in Pronto Soccorso più volte per poi essere trasferito in un altro ospedale con sospetto diagnostico di endocardite batterica da Pseudomonas Aeruginosa. Ma è tardi, le condizioni dell’uomo sono molto gravi. Vittorio muore a novembre per shock cardiaco.

I familiari, la moglie e i figli, si rivolgono a IUREMED per accertare le responsabilità mediche, in particolare la perdita delle possibilità di sopravvivenza per negligenza nella cura. Chiedono e ottengono anche un risarcimento per la perdita del loro familiare.

Impianto di defibrillazione ed endocardite batterica: il contesto

Il defibrillatore cardiaco impiantabile o ICD (Implantable Cardioverter Defibrillator) è un dispositivo impiantato chirurgicamente in grado di rilevare il battito cardiaco irregolare ed erogare uno shock salvavita per riportare il ritmo alla normalità. Quella con defibrillatori impiantabili è una terapia efficace e affidabile.

L’endocardite, invece, è un’infezione delle strutture cardiache (l’endocardio riveste i lembi valvolari e le pareti delle cavità cardiache). Si definisce batterica quando a causare l’infiammazione sono agenti patogeni come parassiti, batteri o funghi. Se non trattata in tempo, si può estendere alle valvole cardiache e ad altre parti del cuore, alterandone la normale attività e sottoponendo quindi il cuore a uno sforzo maggiore nel pompaggio del sangue.

L’origine dell’endocardite di natura batterica è spesso dovuta a determinate procedure chirurgiche. Se non curata può compromettere in maniera irreversibile il cuore e comportare complicazioni che, se non si interviene rapidamente, possono mettere in serio pericolo la vita del paziente e portare al decesso. Nell’endocardite batterica virus o batteri si insinuano nel sangue fino a raggiungere il cuore. L’attacco di questi microorganismi nocivi è molto rischioso per il sistema cardiovascolare.

I Fatti

Vittorio soffre di cardiopatia dilatativa e nel settembre del 2013 si reca in Pronto Soccorso presso un ospedale salernitano. È subito ricoverato per deficit funzionale del ventricolo sinistro e sottoposto a operazione chirurgica per l’inserimento di un impianto di defibrillatore ventricolare.

Per un errore chirurgico, il dispositivo non è posizionato correttamente, quindi Vittorio è operato nuovamente per il riposizionamento. A metà ottobre l’uomo torna in P.S. con ipotermia e brividi scuotenti. È visitato dal cardiologo che referta una sospetta endocardite e indica il suo trasferimento presso il Reparto Malattie infettive. Nonostante le indicazioni del cardiologo, il personale sanitario non esegue il trasferimento, anzi dimette Vittorio senza una lettera di dimissioni e un programma terapeutico.

I giorni seguenti Vittorio ha la febbre alta, brividi e sudorazione; quindi, a fine ottobre torna in P.S. Durante la degenza, le condizioni di salute dell’uomo peggiorano di giorno in giorno. I primi di novembre è trasferito presso un altro nosocomio in condizioni gravissime per endocardite da Pseudomonas Aeruginosa. Vittorio non ce la fa, muore dopo pochi giorni per shock cardiogeno (il cuore improvvisamente non riesce più a pompare abbastanza sangue per la funzionalità dell’organismo).

Le responsabilità mediche

Il dossier clinico di Vittorio è sottoposto alla valutazione di uno specialista medico legale che ravvisa gravissime responsabilità del personale medico della clinica di Salerno per le cure negligenti e imprudenti prestate durante i diversi ricoveri. In particolare, evidenzia che c’è stata leggerezza comportamentale nella gestione della febbre che aveva portato Vittorio più volte in P.S. e per non aver seguito l’indicazione del cardiologo di trasferire il paziente nel Reparto di Malattie infettive.

Il Tribunale di Salerno riconosce quindi alla moglie di Vittorio un risarcimento pari a 180.000 euro, ai due primi figli 250.000 euro ciascuno e alla figlia minore 220.000 euro. Vittorio, inoltre, muore dopo circa 30 giorni dal primo ingresso in P.S. in cui la febbre era sempre presente. Quindi è riconosciuto agli eredi anche il diritto al risarcimento per danno biologico e lesione del diritto alla cura e alla salute, quantificato in euro 70.000.

Ablazione per fibrillazione atriale complicata da infezione da MRSA

È il gennaio del 2021 quando Paolo, 75 anni, si ricovera per fibrillazione atriale presso un ospedale torinese per essere sottoposto a una procedura di ablazione transcatetere con radiofrequenza. L’intervento è andato bene e Paolo è dimesso in buone condizioni. Nei giorni seguenti però le condizioni di salute dell’uomo peggiorano sempre di più. Nonostante i successivi ricoveri, per Paolo non c’è un esito positivo: muore in ospedale per sepsi multiorgano. I familiari si rivolgono a IUREMED per capire come sono andate le cose e per richiedere e poi ottenere un risarcimento per danni morali ed esistenziali.

Fibrillazione atriale e sepsi multiorgano: il contesto

La fibrillazione atriale è un’aritmia cardiaca molto diffusa, la cui prevalenza tende a crescere con l’aumentare dell’età.

Nella fibrillazione atriale l’attività elettrica del cuore è completamente disorganizzata e non corrisponde a un’attività meccanica efficace. Tale variabilità fa sì che i ventricoli del cuore si contraggano in maniera irregolare, causando una riduzione del volume di sangue circolante e un alterato apporto di ossigeno e nutrimento a tutti gli organi.

Il più delle volte i primi episodi di fibrillazione atriale iniziano e terminano spontaneamente, dopo poche ore. Tuttavia, se non curati, questi episodi, con il passare del tempo, aumentano in frequenza e durata.

Tra gli approcci terapeutici c’è l’ablazione trans catetere, che si esegue attraverso l’erogazione di energia elettrica (radiofrequenza) dalla punta metallica di un particolare elettrocatetere introdotto per via venosa e portato all’interno del cuore. L’energia elettrica comporta il riscaldamento della punta metallica, determinando delle piccolissime bruciature. Il catetere è posizionato nel punto dove, basandosi sulla lettura dei segnali elettrici, sembra più facile interrompere l’aritmia. Con questa metodica, la radiofrequenza si applica solamente nei punti da cui si origina l’aritmia e non si danneggia il tessuto miocardico.

La sepsi, invece, è una complicazione di un’infezione solitamente batterica, le cui conseguenze possono essere molto gravi e potenzialmente mortali. Si tratta di una risposta infiammatoria eccessiva dell’organismo che danneggia tessuti e organi, compromettendone il funzionamento.

I Fatti

Nel gennaio 2021 Paolo è ricoverato presso un nosocomio di Torino per episodi ricorrenti di fibrillazione atriale. Il giorno seguente è sottoposto a una procedura terapeutica di ablazione transcatetere con radiofrequenza. È dimesso il giorno seguente e le sue condizioni di salute sembrano essere piuttosto buone. Nei giorni seguenti, tuttavia, Paolo ha la febbre, tossisce molto e fa fatica a respirare (dispnea). Si reca in Pronto Soccorso ed è subito ricoverato e sottoposto a una TC torace. La diagnosi è di focolaio broncopneumonico per il quale è sottoposto a broncolavaggio e terapia antibiotica per infezione ospedaliera da MRSA. Si tratta di un’infezione da Stafilococco aureus resistente alla meticillina (in inglese Methicillin-Resistant Staphylococcus Aureus).

A fine febbraio, nonostante gli episodi di severa desaturazione e di evidente affaticabilità, Paolo è dimesso e torna a casa con la prescrizione di ossigenoterapia. I primi di marzo però si reca nuovamente in ospedale per dispnea acuta e brividi. Gli esami del sangue indicano una grave infezione e il giorno seguente Paolo muore per sepsi multiorgano.

Le responsabilità mediche

Le infezioni ospedaliere o correlate all’assistenza sanitaria si contraggono durante il ricovero in ospedale e si manifestano non prima delle 48 ore o più dal ricovero. Sono una delle problematiche mediche più importanti sia per la frequenza, sia per la prevenzione.

È un tema complesso, anche perché è difficile per il medico dimostrare di aver adottato ogni precauzione per evitare le infezioni, così com’è difficile dimostrare il contrario.

Sono infezioni prevedibili e inevitabili? Certamente sono prevedibili, perché sono una delle complicanze più comuni dei ricoveri in ospedale. Gli studi però le definiscono evitabili. Secondo le statistiche dei centri di controllo e prevenzione delle malattie, sono almeno 2 milioni i pazienti che ogni anno contraggono un’infezione acquisita in ospedale e circa 100.000 muoiono. Ma la maggior parte di queste sono prevedibili. Sempre riferendosi alle linee guida di settore, secondo la relazione medico-legale, Paolo, nel momento in cui entrava in ospedale, aveva alte probabilità di una sopravvivenza di 12 o 36 mesi rispetto al decesso.

Ciò che si evidenzia è che l’infezione da MRSA ha causato un quadro clinico piuttosto grave e che gli episodi di desaturazione al momento delle dimissioni, così come la forte dispnea durante sforzi anche minimi, non rendevano congrua l’uscita di Paolo dall’ospedale.

Le conclusioni della relazione indicano quindi l’esistenza di un nesso di causa tra l’infezione contratta in nosocomio e il decesso.

I familiari e l’ospedale chiamato in causa giungono a una mediazione per la richiesta di risarcimento per danni da responsabilità medica che stabilisce un risarcimento pari a 296.340,00 euro, oltre al rimborso per le spese legali e l’indennità di mediazione.

Ischemia non riconosciuta in Pronto Soccorso con gravi conseguenze per il paziente

Aurelio (nome di fantasia) di 59 anni, si reca in Pronto Soccorso presso un ospedale lombardo. È dal pomeriggio che non si sente troppo bene: ha difficoltà a parlare e percepisce una diversa sensibilità al braccio destro. Il personale sanitario non riconosce un’ischemia in atto, peggiorando il quadro clinico e lo stato di salute di Aurelio. Oggi l’uomo presenta una grave emiparesi destra e un’invalidante afasia. Per questo si è rivolto a IUREMED per fare chiarezza e ottenere un giusto risarcimento per il danno subito.

Ischemia cerebrale: il contesto

L’ischemia cerebrale è una malattia dovuta alla riduzione di apporto di sangue (e quindi di ossigeno) al cervello. Sono due le forme di ischemia cerebrale: l’ischemia focale, confinata in un’area limitata del tessuto cerebrale e che può essere causata da un trombo o da un embolo che bloccano il flusso del sangue in un’arteria; l’ischemia globale, che coinvolge più zone cerebrali e si caratterizza dalla riduzione, o perfino dall’interruzione, del flusso del sangue verso il cervello. Il risultato è sempre un deficit di ossigeno, che va affrontato il prima possibile per evitare gravi conseguenze.

Le cause sono diverse: aterosclerosi dei vasi che portano il sangue al cervello; malattie cardiache che possono causare la formazione di emboli (che attraverso il torrente ematico raggiungono i vasi cerebrali e li ostruiscono); malattia dei piccoli vasi che determina l’occlusione di piccole arteriole, i cui fattori predisponenti possono essere l’ipertensione arteriosa e il diabete.

L’ischemia cerebrale può manifestarsi con sintomi di gravità variabile. Fra i principali: problemi alla vista (come cecità da un occhio e visione doppia); difficoltà a parlare; difficoltà a muoversi e a coordinare i movimenti; perdita di conoscenza; senso di debolezza a un braccio, a una gamba, a una metà del corpo o esteso a tutto il corpo.

I Fatti

Sono le 20.00 del 5 febbraio 2016 e Aurelio, che fin dal pomeriggio non riesce a parlare bene e avverte una diversa sensibilità al braccio destro, si reca in pronto soccorso. I medici accertano la presenza di afasia e parestesia all’arto superiore destro. L’uomo, sottoposto ad anamnesi, riporta di essere fumatore, iperteso e con precedente TIA (attacco ischemico transitorio). Nonostante i dati clinici propendano fortemente per un esordio ischemico cerebrale, il personale sanitario, contravvenendo a quanto indicano le linee guida di riferimento, evita di procedere tempestivamente a una serie di accertamenti clinici: trombolisi (trattamento farmacologico per dissolvere trombi o emboli nei vasi sanguigni) o trombectomia meccanica percutanea (rimozione dei trombi per via percutanea, cioè con tecniche di radiologia vascolare), risonanza magnetica o TC.

Tale omissione determina un aggravamento dell’ischemia già in atto al momento dell’accesso al PS. Aurelio quindi è colpito da grave emiparesi destra (paralisi della parte destra del corpo) e afasia invalidante, disfunzioni che perdurano tuttora.

L’uomo quindi si rivolge a Iuremed e si sottopone a visita medico-legale. La conclusione è che l’approccio dei medici del PS non fu corretto. Omisero di praticare terapie, come trombolisi e/o la trombectomia percutanea meccanica, che avrebbero potuto evitare la grave emiparesi destra con afasia che ha colpito Aurelio o comunque ridurre il danno neurologico.

Già soltanto con i dati anamnestici, i medici potevano sospettare l’insorgenza dell’ischemia cerebrale e intervenire in quella direzione. 

Aurelio lavorava come operaio presso una ditta di pulizie ma dopo il danno subito in ospedale, ha dovuto smettere di lavorare, percependo una piccola indennità dall’INPS, che certamente non basta, né è equiparabile allo stipendio che prendeva prima.

Inoltre, adesso tutta la gestione della casa è sulle spalle della moglie, che è sempre stanca e affaticata. La vita sociale si è azzerata, niente più aperitivi con gli amici, niente più vacanze al mare o gite la domenica in famiglia. Anche le relazioni familiari, con la moglie e i figli, sono cambiate. Perfino la nipote di 7 anni ha paura ad avvicinarsi per timore di fargli male.

Aurelio si vergogna del suo aspetto, non esce più di casa, non riesce più a parlare, non si riconosce più e non vuole accettare questa sua nuova condizione.

Le responsabilità mediche

Già con il dato anamnestico rilevato dai medici del PS si poteva datare l’insorgenza dell’ischemia cerebrale, da un massimo di 4,5 h a un minimo di 2,5 h, con un range intermedio di 3,5 h (come indicano le linee guida ISO). Con questi dati in mano, era quindi indicato eseguire una trombolisi d’urgenza. Inoltre, proprio perché non chiaramente databile l’inizio dell’ischemia cerebrale (comunque entro le h. 4,5), si sarebbe potuto effettuare una RMN o una TAC di perfusione, per evidenziare la cosiddetta “penombra ischemica” (la parte di tessuto cerebrale danneggiato da ictus, potenzialmente recuperabile tramite un intervento tempestivo).

Il tessuto nervoso cerebrale è molto sensibile all’ischemia per cui, se questa è completata, i neuroni restano vitali solamente per pochi minuti. Per fortuna, il cervello è dotato di circoli collaterali (principalmente quello di Willis e il leptomeningeo) che solitamente consentono di mantenere un flusso ematico ridotto, ma non azzerato nell’area ischemica. Si crea, pertanto, una penombra ischemica, a volte anche estesa, in cui il tessuto cerebrale perde gran parte delle sue funzioni ma può mantenersi vitale per diverse ore. Se in questo tempo si ripristina la normale perfusione, si possono ottenere buoni risultati.

La capacità di reagire all’ischemia cerebrale è molto variabile da persona a persona e vi sono soggetti dotati di circoli collaterali così efficienti da consentire la sopravvivenza del tessuto cerebrale anche fino a 24 ore.

Il non corretto approccio, rinunciatario e attendista, dei medici del PS lombardo, ha causato ad Aurelio un danno biologico permanente che si sarebbe potuto evitare se fosse stata effettuata una terapia interventistica (trombolisi o trombectomia meccanica percutanea, RMN o TC di perfusione).

Dopo l’intervento chiarificatore del CTU, si avviene a un accordo tra le parti, senza dover ricorrere al Tribunale. Ad Aurelio è corrisposto un risarcimento pari a euro 320.000,00.

Complicanze dell’intervento con tecnica STARR per defecazione ostruita

Antonella (nome di fantasia), 35 anni, soffre da molto tempo di forte stipsi e decide di sottoporsi a una visita specialistica presso una clinica di Roma, dove opera un chirurgo specializzato in questo tipo di disturbo. Lo specialista formula la diagnosi di “sindrome da ostruita defecazione da invaginazione rettale e rettocele”, proponendo un intervento chirurgico. Tuttavia, l’operazione, pur eseguita correttamente, ha comportato una serie di complicanze che potevano essere evitate e che hanno pesantemente inciso sulla qualità della vita e le relazioni interpersonali della giovane donna.

Antonella quindi si è rivolta a IUREMED per richiedere, e poi ottenere, un giusto risarcimento.

Stapled TransAnal Rectal Resecion (STARR) – Resezione transanale del retto con doppia suturatrice meccanica: il contesto

La sindrome da defecazione ostruita (ODS) è uno dei problemi clinici più diffusi e che colpisce frequentemente le donne. Da non molto esiste una nuova tecnica chirurgica denominata Stapled TransAnal Rectal Resecion (STARR). È una tecnica mininvasiva per il trattamento della stipsi o delle emorroidi, che consiste nel recidere il prolasso rettale attraverso il canale anale, con uno strumento specifico, una suturatrice circolare. Non occorrono pertanto tagli chirurgici e non restano cicatrici cutanee. Si esegue in anestesia epidurale, in circa 30 minuti, ed è sufficiente un giorno di ricovero.

Il post-operatorio è solitamente indolore e si può riprendere la normale attività dopo 3-4 giorni. Asportando il prolasso rettale, si ricostruisce un retto anatomicamente normale e si rimuove l’ostacolo alla defecazione.

Le complicanze sono rare, soprattutto se l’intervento è eseguito da specialisti esperti.

I Fatti

È il dicembre del 2007 quando Antonella, che soffre da molto tempo di stipsi, decide di farsi visitare da uno specialista presso una clinica romana. La diagnosi è di “sindrome da ostruita defecazione da invaginazione rettale e rettocele”. Lo specialista propone un intervento chirurgico di tipo STARR (Stapled TransAnal Rectal Resection).

Nel gennaio del 2008, Antonella, senza aver eseguito alcun esame strumentale preventivo, entra in sala operatoria per sottoporsi all’operazione.

Dopo l’intervento, è dimessa con la prescrizione di terapia farmacologica e di controlli ambulatoriali successivi.

Nei mesi seguenti però Antonella lamenta gli stessi disturbi di prima, cui si aggiungono l’aggravamento della stipsi e l’urgenza ad andare in bagno, con feci frammentate.

Ritorna dal chirurgo che l’ha operata per una visita di controllo ma senza esito.

Decide quindi di eseguire di sua iniziativa alcuni esami strumentali che confermano il peggioramento dei problemi di defecazione. Evidenziano, inoltre, una distorsione fibrotica in sede anastomica (l’anastomosi chirurgica è tipo di sutura che unisce due visceri cavi per renderli comunicanti), nel setto retto-vaginale, con ostruzione al passaggio delle feci e urgenza fecale.

Per queste complicanze non previste, la donna ha ridotto la propria attività lavorativa di tirocinante presso uno studio legale, subendo anche forti disagi nella vita sociale e personale.

Le responsabilità mediche

Antonella, quindi, presenta ricorso presso il Tribunale civile di Roma per chiedere una consulenza tecnica. La donna ha sempre sofferto di stipsi, nonostante seguisse una corretta alimentazione con assunzione di fibre e bevendo molta acqua. Ma purtroppo non bastava, accusava sempre un senso di pesantezza addominale e per evacuare doveva ricorrere all’uso di lassativi o clisteri ogni 48 ore.

Nel novembre del 2005 esegue una colonscopia che non evidenzia nulla di particolare.

Viene però a conoscenza di un approccio chirurgico per il problema della stipsi ideato da un noto chirurgo. Nel dicembre del 2007, quindi, si reca nella clinica in cui opera lo specialista per una visita.

Il medico non le prescrive nessun esame diagnostico e le consiglia un intervento di resezione del retto con tecnica STARR. I primi di gennaio 2008, Antonella è ricoverata in clinica e subito operata. La prima settimana dopo le dimissioni avverte forti dolori addominali e nella zona pelvica. Dopo 4 giorni dall’operazione, percepisce lo stimolo ad evacuare ma l’evacuazione è dolorosa e le feci sono frammentate con presenza di muco e sangue.

Telefona subito al chirurgo e si sottopone a una visita di controllo dopo un mese e mezzo dall’intervento, riferendo al medico tutti i sintomi. Lo specialista però afferma di non trovare nulla di anomalo e ipotizza che si possa trattare di suggestione piscologica.

Antonella è scoraggiata, ma non si arrende e decide di consultare altri medici esperti. Esegue altri test diagnostici e una terapia a base di nifedipina che purtroppo non porta alcun beneficio.

Dopo la perizia medica, completa di anamnesi e visita obiettiva, gli esperti della CTU richiedono ulteriori accertamenti diagnostici: una manometria ano rettale, una ecografia trans anale 3D, un’elettromiografia e una colpo-cisto-defeco RM dinamica da eseguire presso altri centri medici.

Dalle considerazioni della CTU emerge che il trattamento è stato eseguito correttamente e ha avuto un decorso regolare. Tuttavia, dagli esami prescritti dopo la perizia, in particolare dalla defecoRM, si evidenzia un’alterazione del lume dovuto a un prolasso della mucosa nella parte preanastomotica che causa un ristagno delle feci e quindi impedisce una completa evacuazione.

In complesso, comunque, gli esami non evidenziano alterazioni organiche ma di tipo dinamico, cioè che si manifestano soltanto durante le manovre di ponzamento (cioè di pressione) e che sono responsabili dei disturbi lamentati da Antonella.

La conclusione è che la persistenza della stipsi nonostante l’operazione è una possibile complicanza dell’intervento e che non c’è stato errore chirurgico.

Tuttavia, l’intervento andava eseguito solo dopo il tentativo di risolvere il problema della defecazione ostruita con un approccio conservativo, come una dieta specifica e un ciclo di riabilitazione del pavimento pelvico. In altre parole, vista la sintomatologia, il problema si poteva risolvere senza operazione. Inoltre, quando Antonella tornò dallo specialista per riferire i sintomi, il medico avrebbe potuto approfondire la questione e prescrivere un approfondimento diagnostico e un’adeguata terapia.

La CTU conclude, pertanto, che i postumi dell’intervento hanno aggravato la situazione esistente e ridotto, in modo permanete, l’integrità psicofisica di Antonella (con difficoltà a svolgere mansioni quotidiani) e la sua capacità lavorativa di almeno il 10%.

Il Tribunale ha dunque stabilito, considerando le sofferenze concrete ma anche quelle relative alla vita relazionale ed esistenziale, di riconoscere ad Antonella un risarcimento per invalidità permanente e per inabilità temporanea di euro 34.498,41.

Meningocele mal gestito post laminectomia L4-S1

Nel 2008 Sabina (nome di fantasia) di 50 anni, si sottopone a Risonanza Magnetica lombosacrale per capire il motivo dei dolori che l’attanagliano da tempo presso una clinica di Lecce. Dopo vari accertamenti si scopre la causa: un’ernia discale. L’indicazione è l’operazione chirurgica ma il post operatorio si rivelerà lungo e doloroso, un vero calvario per la donna, e saranno necessari ulteriori interventi e diversi esami diagnostici.

Sabina quindi si rivolge a Iuremed per ottenere un risarcimento per le tante sofferenze patite in 7 anni di vicenda clinica.

Laminectomia L4-S1: il contesto

La colonna vertebrale è formata da 33 vertebre che avvolgono e proteggono il midollo spinale. Le vertebre sono separate e ammortizzate tra loro da dischi intervertebrali.

La compressione di un disco può causare un’ernia o una rottura e premere su un nervo con un dolore da moderato a grave. Inoltre, escrescenze ossee eccedenti, dette “speroni”, possono premere su un nervo. Anche la formazione di uno sperone osseo nel canale centrale delle vertebre può comprimere il midollo spinale.

La pressione esercitata sul nervo lesionato e sul midollo spinale può essere alleviata attraverso un approccio chirurgico detta laminectomia lombare. È un intervento in cui si pratica una piccola incisione sulla cute lungo le vertebre lombari e si procede poi alla separazione dei muscoli per esporre l’osso. La parte di vertebre detta “lamina” è rimossa lentamente, con molta cautela, togliendo la pressione dal nervo compresso e dal midollo spinale. Quindi, il nervo è tirato con delicatezza da un lato e la porzione di disco erniato è rimossa. In questo modo si riduce la pressione e il dolore. Successivamente, i muscoli sono riposizionati e l’incisione è suturata.

Resta comunque un intervento piuttosto complesso che può comportare possibili complicanze.

I Fatti

A giugno del 2008 Sabina, sottoposta a RMN lombosacrale, ottiene un referto che evidenzia la presenza di fenomeni artrosici con degenerazione di alcuni dischi invetrebrali e una protusione, cioè una deformazione dello strato più esterno di un disco intervertebrale della colonna, per cui risulta schiacciato e fuori asse rispetto agli altri dischi sani.

Ma il dolore è sempre più intenso e a gennaio 2011 Sabina si sottopone a ulteriori controlli clinici e strumentali che riscontrano la presenza di ernia discale.

Il responsabile dell’Ambulatorio di Neurochirurgia della clinica a cui Sabina si è rivolta, indica la necessità di un intervento neurochirurgico.

A febbraio quindi la donna è portata in sala operatoria e sottoposta a laminectomia L4-S1. È un intervento piuttosto complesso, in cui possono manifestarsi possibili complicanze associate a questa procedura, che vanno discusse con il paziente prima dell’intervento chirurgico.

A fine mese, Sabina è dimessa con l’indicazione di visita fisiatrica dopo 2 settimane e visita di controllo a 2-3 mesi.

A fine giungo si sottopone a Elettromiografia (EMG) e a una RM della colonna. I due esami evidenziano una voluminosa raccolta fluida che interessa lo spazio interspinoso e paravertebrale, che comprime a sinistra il sacco durale. Il sacco durale è il primo dei 3 foglietti di tessuto connettivo fibroso che rivestono l’interno del canale vertebrale e proteggono il midollo spinale.

Si accerta quindi la presenza di un meningocele post chirurgico (o pseudomeningocele, cioè un difetto nella chiusura della parte posteriore della colonna vertebrale, caratterizzato dall’erniazione del sacco contenente il liquido cerebrospinale).

Il chirurgo prescrive quindi l’esecuzione di una seconda operazione per l’asportazione del meningocele.

A fine novembre Sabina è quindi nuovamente ricoverata presso la clinica leccese, con diagnosi di “meningocele lombare” e valutazione obiettiva di “parestesi AAII (formicolio localizzato agli arti inferiori, tipo puntura di spilli).

Nel dicembre del 2011 torna in sala operatoria per la riparazione del meningocele.

La RMN eseguita per controllo a febbraio del 2012 presenta però delle complicanze dovute all’intervento. Dal giugno 2013 al luglio dello stesso anno, Sabina è ricoverata presso una Casa di Cura pugliese, dove è sottoposta all’ennesimo intervento di riduzione del meningocele e plastica durale.

Il decorso post operatorio sembra procedere bene, quindi Sabina è dimessa con l’indicazione del divieto di flessione per 4-6 mesi.

Al controllo con EMG di novembre, la situazione però non è rosea e il dolore non passa. Si sottopone perfino a una visita specialistica presso un centro austriaco con l’indicazione di sindrome da irritazione radicolare, in cui le prescrivono un trattamento per il dolore e la neurostimolazione midollare, che Sabina esegue nel settembre del 2014.

A luglio del 2015 la donna esegue un’ennesima RM al rachide in cui si riscontrano “segni di dilatazione simil cistica di 22 mm”.

La storia di Sabina è un calvario infinito, fatto di continue operazioni e dolore, a partire dal primo intervento. È quindi legittima la richiesta di risarcimento, che poi ha ottenuto, per il danno subito.

Le responsabilità mediche

L’esito della consulenza degli esperti della CTU ha evidenziato congrua l’indicazione all’intervento di laminectomia per la comparsa del dolore alla schiena dopo le gravidanze e dopo una terapia fisica e farmacologica sempre meno efficace. Tuttavia, nell’esecuzione tecnica dell’intervento è evidente che si determinò uno pseudomeningocele e una fistola. Si tratta di una possibile complicanza, sebbene non frequente della chirurgia spinale, causata da una lesione del sacco durale che potrebbe derivare da una trazione eccessiva delle radici nervose, da un trauma diretto o da incisione accidentale durante l’intervento. Dal punto di vista clinico, lo pseudomeningocele si presenta con dolore circoscritto, irradiazione agli arti inferiori e cefalee.

Gli esperti hanno quindi concluso, sulla scorta delle evidenze scientifiche, che durante l’intervento di laminectomia L4-S1 si determinò una lacerazione durale che evolse ulteriormente, determinando una sintomatologia algico-disfunzionale.

Tale lacerazione può qualificarsi come una complicanza nel corso della laminectomia, sebbene non evitabile in senso assoluto.

Tuttavia, la mancata individuazione e riparazione della lacerazione durale nel corso del secondo intervento rappresentò una carenza da parte dell’equipe operatoria che determinò un peggioramento del quadro clinico.

Sabina, a causa delle carenze assistenziali evidenziate, ha sviluppato una sindrome dolorosa neuropatica, con diverse disfunzioni articolari. In pratica, ha subito un danno dovuto a una non corretta gestione della complicanza nel corso del primo intervento.

Il Tribunale ha stabilito un indennizzo per danno non patrimoniale di euro 75.000,00, mentre per danno patrimoniale di euro 2.366,96.

Da Carcinoma duttale della mammella destra a mastectomia totale per mancata radioterapia post-operatoria

Questa è la storia di Barbara (nome di fantasia), 58 anni, ricoverata nel 2003 presso una clinica leccese con una diagnosi di carcinoma duttale in situ della mammella destra per la quale è sottoposta a intervento chirurgico. In seguito, però ha dovuto subire una mastectomia totale per mancato consulto oncologico e trattamento con radioterapia.

Si è quindi rivolta a Iuremed per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale (rispetto allo stato di salute e al danno morale ed esistenziale) e patrimoniale per le spese mediche. Vediamo com’è andata.

Carcinoma duttale in situ della mammella: il contesto

Il carcinoma duttale in situ della mammella (DCIS) è una forma iniziale di tumore al seno in cui le cellule tumorali si sviluppano all’interno dei dotti galattofori ma rimangono “in situ”, cioè non si estendono nel tessuto circostante o in altre parti del corpo. Questa sua peculiarità rende la prognosi molto buona.

Nella maggior parte dei casi non ci sono sintomi. A volte il soggetto può notare un nodulo, una secrezione dal capezzolo o più raramente un arrossamento dell’areola e/o del capezzolo.

Nella maggior parte dei casi quindi si scopre in seguito a una mammografia e rappresenta circa il 20% di tutte le diagnosi nei programmi di screening.

In alcuni casi, è utile eseguire una risonanza magnetica (MR o MRI) per definire meglio l’estensione delle alterazioni e programmare il trattamento più adeguato.

Lo scopo del trattamento è asportare chirurgicamente in modo completo il DCIS per evitare che si riformi o possa diventare un tumore invasivo.

Di solito la chirurgia è il primo trattamento e può essere un intervento conservativo (tumorectomia o quadrantectomia). Si asporta una parte del tessuto mammario con un margine (bordo) di tessuto normale attorno all’area interessata dal DCIS. In alcuni casi può necessaria una mastectomia (asportazione della mammella). La scelta tra i diversi tipi di intervento dipende da vari fattori, come le dimensioni e la sede del DCIS e la grandezza del seno.

Dopo l’intervento, possono essere indicate altre terapie di prevenzione (dette terapie adiuvanti o precauzionali) come la radioterapia e la terapia endocrina.

I Fatti

È il dicembre 2003 quando Barbara è ricoverata presso una clinica di Lecce per subire un’operazione chirurgica. La diagnosi è carcinoma duttale in situ della mammella destra. Il giorno seguente entra subito in sala operatoria per essere sottoposta a un intervento di quadrantectomia destra, con biopsia del linfonodo sentinella. Si chiama “sentinella” perché è il primo linfonodo a essere interessato da una possibile metastasi: è un campanello d’allarme per capire se c’è stata un’eventuale diffusione del tumore. Di cosa si tratta? Con una piccola incisione in sede ascellare dx, grazie a una piccola sonda radioguidata si individua il linfonodo sentinella che viene asportato per un esame istologico estemporaneo.

Negli anni successivi, Barbara si sottopone a tutti i controlli previsti ma scopre, nel giugno del 2013, una recidiva del cancro. È quindi operata nuovamente presso un ospedale di Bari per una mastectomia totale destra residua con linfoadenectomia ascellare.

Per Barbara, il primo chirurgo che l’ha operata ha commesso una serie di errori: ha sbagliato a rimuovere il linfonodo sentinella, non ha prescritto la radioterapia post-operatoria, non ha eseguito una RMN, né richiesto un consulto oncologico. Tali omissioni avrebbero comportato la comparsa di una ricaduta e la necessità di una successiva operazione maggiormente invasiva.

Barbara, quindi, decide di agire per le vie legali contro il nosocomio leccese per ottenere un giusto risarcimento.

Le responsabilità mediche

Dopo l’operazione, Barbara è dimessa con l’indicazione di ritornare in ospedale per il controllo della medicazione. Negli anni successivi, Barbara si sottopone, di sua iniziativa, a ripetuti controlli ecografici e mammografici, che non evidenziano nulla di preoccupante.

Dal 2004 al 2013, con cadenza annuale, la donna esegue ecografie mammarie dal medico che l’ha operata che le prescrive anche mammografie periodiche, che si rivelano comunque tutte negative per neoplasia maligna.

Nel maggio del 2013 Barbara accusa un dolore sotto la zona della cicatrice e si sottopone a nuovi controlli. L’ecografia eseguita dal suo chirurgo evidenzia un’area ipoecogena di circa 25 mm di diametro, cioè una formazione nodulare solida. Il medico le consiglia quindi una mammografia con agoaspirazione della formazione individuata.

Il referto stavolta riporta una sospetta eteroplasia (neoplasia maligna) di 3 cm.

L’indicazione diagnostica è di Tomosintesi, Risonanza Magnetica mammaria ed eventuale prelievo micro-istologico. Quindi, con la conferma del sospetto di eteroplasia, nella stessa zona del primo intervento chirurgico mammario, Barbara si trova di nuovo in sala operatoria, presso un ospedale di Bari, per eseguire stavolta un intervento ben più invasivo: mastectomia totale destra residua con linfoadenectomia ascellare e ricostruzione con mastoplastica.

Ad agosto Barbara è sottoposta anche a chemioterapia e radioterapia. Purtroppo si verifica il rigetto della protesi mammaria e la donna inizia a cedere psicologicamente e ad avere attacchi di panico. È costretta quindi a seguire anche una terapia antidepressiva e ansiolitica.

Il carcinoma duttale in situ è una lesione pre invasiva che senza un trattamento adeguato può evolvere in carcinoma invasivo. Ciò che Barbara contesta ai clinici è la mancata prescrizione di un’adeguata terapia radioterapica e farmacologica e nessun un follow up oncologico specialistico dopo l’intervento.

Il CTU ha, infatti, affermato che “il trattamento radiante dopo chirurgia conservativa trova indicazione al fine di sterilizzare eventuali focolai neoplastici multicentrici subclinici della mammella operata o residui neoplastici nel letto operatorio e quindi ridurre l’incidenza della recidiva mammaria. L’irradiazione della mammella dopo chirurgia conservativa è parte integrante del trattamento conservativo stesso e pertanto da esso non scindibile, se si vogliono ottenere risultati”.

Le conclusioni della CTU hanno, infatti, evidenziato l’inadeguatezza del percorso post operatorio previsto dal chirurgo che ha eseguito l’intervento. Negli anni successivi, ha seguito personalmente Barbara con controlli clinici e strumentali periodici, in particolare di tipo ecografico e radiologico-mammografico, dimenticando di interpellare altri specialisti per una fattiva collaborazione interdisciplinare (raccomandata dalle linee guida). In altre parole, non ha mai interpellato un oncologo e, soprattutto, non ha prescritto la radioterapia post-chirurgica.

Nel 2013, infatti, a distanza di 10 anni, Barbara scopre una recidiva della neoplasia. Sulla base delle linee guida internazionali, la CTU afferma che proprio l’omissione della radioterapia post-chirurgica ha potenziato il rischio della recidiva neoplastica.

La radioterapia post operazione e il consulto oncologico è un trattamento considerato il gold standard delle terapie post-chirurgiche per il carcinoma intraduttale in situ, poiché è in grado di ridurne il tasso di recidiva del 15%.

Il giudice ha stabilito un indennizzo di euro 69.248,00 per danno non patrimoniale e di euro 800,00 per danno patrimoniale.