Frattura di caviglia trattata senza necessario intervento chirurgico di stabilizzazione
Una semplice caduta domestica si è trasformata, per Anna (nome di fantasia), in un lungo percorso di cure, riabilitazione e difficoltà nella deambulazione. È per questo motivo che la donna si è rivolta a Iuremed, dopo che negli anni successivi al trauma aveva continuato a convivere con dolore, limitazione funzionale e una progressiva deformità della caviglia sinistra.
La vicenda trae origine dall’8 luglio 2018, quando Anna riportò un trauma alla caviglia sinistra e al piede destro in seguito ad una caduta accidentale. Il giorno successivo venne accompagnata al Pronto Soccorso, dove gli accertamenti radiografici evidenziarono una frattura bimalleolare della caviglia sinistra con interessamento del malleolo posteriore, classificata come frattura Weber B transindesmosica, oltre ad una frattura della base del quinto metatarso del piede destro.
Nonostante il quadro radiologico fosse stato correttamente descritto dal radiologo, il trattamento scelto dai sanitari fu esclusivamente conservativo. Alla paziente venne infatti applicato un gesso a stivaletto, senza procedere ad alcun intervento chirurgico di stabilizzazione della caviglia.
Nei mesi successivi Anna fu sottoposta a controlli radiografici, visite fisiatriche e ad un lungo percorso riabilitativo. Dopo la rimozione del gesso iniziò gradualmente la deambulazione con tutore e stampelle, proseguendo poi il recupero funzionale presso strutture specialistiche.
Tuttavia, nonostante la guarigione della frattura, con il passare del tempo emersero esiti permanenti sempre più evidenti. Gli esami radiografici eseguiti negli anni successivi documentarono infatti un quadro artrosico della caviglia sinistra con riduzione dell’interlinea articolare e sclerosi dei capi ossei.
Nel corso della consulenza tecnica d’ufficio disposta dal Tribunale di Ivrea, i CTU hanno rilevato che Anna presenta ancora oggi una deformità della caviglia con atteggiamento in valgo-supinazione, riduzione dei movimenti articolari, dolore e difficoltà nella deambulazione. La paziente ha riferito di riuscire a camminare solo per brevi tratti, lamentando stanchezza, rallentamento della marcia e gonfiore degli arti inferiori.
Secondo i consulenti nominati dal Giudice, il punto centrale della vicenda è rappresentato proprio dall’errata scelta terapeutica iniziale. I CTU hanno infatti chiarito che la frattura riportata da Anna era una lesione instabile che richiedeva un trattamento chirurgico di osteosintesi con placca e vite transindesmosica.
La relazione è particolarmente netta nell’individuare la condotta colposa dei sanitari. I consulenti spiegano che, nelle fratture Weber B con interessamento del terzo malleolo, vi è indicazione chirurgica proprio per evitare instabilità articolari permanenti. Nel caso di Anna, invece, la mancata stabilizzazione del perone e della sindesmosi ha determinato, con il carico, la progressiva valgizzazione dell’astragalo e lo scivolamento della tibia, con conseguente deformità della caviglia.
I CTU precisano inoltre che non si trattava di un intervento particolarmente complesso e che la prestazione chirurgica richiesta “non implicava la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà”.
Particolarmente rilevante è anche il passaggio con cui il collegio peritale respinge le osservazioni difensive della struttura sanitaria, secondo cui le pluripatologie della paziente avrebbero potuto giustificare la scelta conservativa. I consulenti definiscono infatti tale ricostruzione “del tutto ipotetica” e non supportata dalla documentazione clinica. Aggiungono inoltre che la chirurgia indicata nel caso concreto era una procedura ortopedica frequente, eseguibile anche con anestesia loco-regionale e generalmente ben tollerata.
Quanto agli esiti permanenti, i CTU hanno riconosciuto un danno biologico differenziale pari al 6%, attribuendolo proprio all’errato trattamento della frattura. Hanno inoltre evidenziato come la deformità residua sia oggi correggibile soltanto mediante un intervento di artrodesi tibio-astragalica.
La vicenda di Anna rappresenta ancora una volta un esempio di quanto, in ortopedia traumatologica, la corretta valutazione della stabilità di una frattura sia decisiva per evitare esiti invalidanti permanenti. Anche una lesione apparentemente “composta”, infatti, può richiedere un trattamento chirurgico quando il rischio di instabilità articolare è elevato. In questo caso, secondo i CTU, la mancata scelta chirurgica ha determinato un peggioramento permanente della funzionalità della caviglia della paziente.


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