Perdita dell’utero per errata gestione di un’emorragia post-partum

La vicenda della Sig.ra Roberta (nome di fantasia) è quella di una giovane donna che, dopo aver vissuto una gravidanza seguita con regolarità, si è trovata improvvisamente catapultata in un percorso drammatico fatto di paura, emergenze chirurgiche e conseguenze irreversibili. È proprio questa esperienza, complessa e dolorosa, che l’ha spinta a rivolgersi a Iuremed, per comprendere se quanto accaduto fosse davvero inevitabile o se, invece, vi fossero state mancanze nella gestione clinica.

La gravidanza era stata inizialmente monitorata da diversi specialisti, che nelle prime ecografie avevano ipotizzato la presenza di una placenta previa laterale con un possibile segno di accretismo. Per questa ragione le era stato consigliato un approfondimento tramite risonanza magnetica. L’esame, eseguito il 7 maggio 2016 presso una struttura ospedaliera pubblica, non confermò però alcun sospetto di placenta accreta. Gli ulteriori controlli ecografici effettuati nelle settimane successive da altri ginecologi, pur rilevando la placenta in posizione bassa, non mostravano alcun elemento che potesse far pensare a un’invasione anomala della placenta nei tessuti uterini. La CTU, analizzando nel dettaglio questi esami, ha chiarito che, prima del parto, non vi erano elementi clinici o strumentali sufficienti per formulare una diagnosi di accretismo placentare.

Il ricovero avvenne alla 41ª settimana, per gravidanza oltre il termine. L’équipe ostetrica decise di procedere con l’induzione del travaglio, una scelta ritenuta del tutto conforme alle linee guida e al quadro clinico allora disponibile. Il parto fu spontaneo, ma non privo di difficoltà: la dilatazione cervicale procedette in maniera estremamente lenta e si verificò anche la presenza di un arto associato, un’eventualità che può aumentare il rischio di complicanze immediate. Nonostante ciò, il secondamento avvenne spontaneamente, un dato clinico che – come sottolineato dai periti – non era compatibile con un accretismo placentare significativo, poiché in tali situazioni la placenta tende a non staccarsi spontaneamente.

Il vero dramma iniziò nel post-partum. Poche ore dopo la nascita, la Sig.ra Roberta cominciò a mostrare segni evidenti di emorragia: perdite abbondanti, espulsione di coaguli e un crollo progressivo dei valori di emoglobina. La situazione richiedeva un intervento tempestivo. L’équipe decise dapprima di effettuare una revisione della cavità uterina, procedura finalizzata a rimuovere eventuali residui o coaguli, ma l’emorragia non accennava a diminuire. Si tentò allora un tamponamento con garza iodoformica e successivamente, mediante isterotomia, il posizionamento di un Bakri balloon, un dispositivo gonfiabile utilizzato proprio nei casi di atonia uterina per cercare di arrestare il sanguinamento. Nonostante questi tentativi, il quadro continuava a peggiorare.

È a questo punto che i medici optarono per l’isterectomia, ritenuta da loro l’unica soluzione per salvare la vita della paziente. L’intervento, pur efficace nel fermare definitivamente l’emorragia, comportò per la Sig.ra Roberta la perdita irreversibile dell’utero e dunque della sua capacità di avere ulteriori figli.

La CTU, chiamata a valutare la correttezza della gestione clinica, ha operato una distinzione netta tra la fase prenatale, ritenuta adeguata e diligente, e la fase post-partum, in cui invece sono state riscontrate criticità significative. Secondo i periti, l’équipe ostetrica avrebbe dovuto tentare ulteriori tecniche conservative prima di ricorrere all’intervento demolitivo. Le linee guida dell’epoca prevedevano infatti l’impiego di manovre chirurgiche come le suture compressive di B-Lynch o le suture devascolarizzanti delle arterie uterine e ovariche, procedure che avrebbero potuto tentare un controllo dell’emorragia evitando l’isterectomia. È proprio l’omissione di queste tecniche, considerate efficaci e ben codificate, ad aver rappresentato – agli occhi della CTU – il principale profilo di responsabilità della struttura che prese in carico la paziente.

Le conseguenze sulla vita della Sig.ra Roberta sono state profonde. Oltre alla perdita definitiva della capacità riproduttiva, la donna soffre oggi di una sindrome depressiva reattiva, ha ripercussioni importanti sulla sfera sessuale e porta i segni fisici dell’intervento, tra cui una cicatrice addominale significativa. La CTU descrive una paziente lucida e collaborante, ma segnata da una forte sofferenza emotiva legata agli eventi vissuti e ai progetti di maternità bruscamente interrotti.

Grazie al supporto dei professionisti di Iuremed, la Sig.ra Roberta è riuscita a far valere le proprie ragioni e a ottenere il giusto risarcimento per il danno subito. La sua storia rappresenta un esempio emblematico di come, anche nei momenti più delicati come il parto, una gestione non pienamente conforme alle migliori pratiche possa determinare esiti evitabili e profondamente traumatici.

Per chiunque abbia vissuto un’esperienza simile o nutra dubbi sulla correttezza dell’assistenza ricevuta durante il parto o nel post-partum, Iuremed mette a disposizione il numero verde 800 931 194 per una valutazione gratuita del caso e un supporto professionale qualificato.

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